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Archive for the ‘Vaneggiamenti’ Category

Retrouvailles

Mi è sempre piaciuta la parola francese che dà il titolo a questo post. Significa il ritrovarsi, incontrarsi dopo un po’ di tempo tra persone che si conosco e hanno condiviso qualcosa di significativo. Il temine si adatta bene alle serate che, con una cadenza più o meno annuale, celebriamo tra ex compagni di liceo. Sono passati ormai 18 anni dalla maturità, ma uno zoccolo duro (ed esiguo) di compagni di classe continua a provare piacere nell’incontrarsi e raccontarsela. Il periodo del liceo rappresenta nella memoria di tutti un momento speciale, si ripercorrono in queste serate i passaggi più divertenti,  si ricordano le risate contagiose, gli scherzi cattivi che facevamo a questo o a quell’altro. A vent’anni di distanza, l’imitazione del professore x continua a farci scompisciare dal ridere. Ed è sempre stimolante confrontare quali sono stati i nostri percorsi dopo la fine della scuola, riassumere la situazione di chi ha avuto figli e chi no, chi si è comunque “sistemato”, e chi invece continua a condurre una vita libera, se non libertina. Confrontare il percorso fatto con le aspettative che si coltivavano in quel tempo su se stessi, e le previsioni che si erano fatte sul futuro degli altri. Tra i partecipanti alla serata, Lorenzo Marinaz, “loe” per gli amici. Ho dovuto scrivere il suo nome per esteso, gliel’ho promesso perchè così avrà la soddisfazione di “ritrovarsi” citato da un motore di ricerca appena questo post sarà pubblicato. Per lui, ormai confinato nell’ambiente delle montagne del trentino, significherà rientrare in qualche modo nel mondo dell’informazione globale.

 

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Con l’approssimarsi della bella stagione, con l’allungarsi  ed il riscaldarsi delle giornate riesco a dedicare un paio di sere alla settimana a delle piacevoli corse in campagna. E’ un piacere il poter muovere muscoli che le giornate in ufficio rischiano di atrofizzare, una gioia per gli occhi vedere i papaveri che crescono adesso sui campi, una senzazione di intima soddisfazione la regala poi la stanchezza delle gambe a corsa conclusa. Per anni dovetti interrompere questa pratica a causa di un fastidioso dolore alla base dell’alluce. Esami e terapie non sono riuscite a scoprire l’origine del problema, fortunatamente mi sono reso conto che il correre su stradine bianche, anzichè sull’asfalto, mi permetteva di superare il fastidioso problema.

Ed eccoci al punto, il progressivo asfaltarsi negli anni di tutte le strade possibili ha fatto sì che adesso sia veramente improbo trovarne una, ed  oggi per raggiugere la strada dove corro devo affrontare un percorso  in bicicletta di ben 20 minuti. Fino a pochi anni fa mi bastavano 3 minuti a piedi, poi la costruzione del passante ha distrutto anche uno degli ultimi tratti di campagna dello spazio che divide Marano da Scaltenigo.

L’eterno dilemma che ci poniamo chiedendoci se con il progresso abbiamo perso o guadagnato è stato declinato milioni di volte prima di oggi, non mi pare sia il caso di riproporlo. Credo che ognuno di noi abbia la sua opinione a riguardo. E  molti di noi riconoscono i vantaggi che il progresso tecnologico ha portato nelle nostre vite. Uno fra tutti (questo diario ne è uno dei milioni di esempi)  la possibilità di creare attraverso internet delle comunità di discussione, delle reti tra persone azzerando le distanze.

Pasolini soleva dire che non era il progresso a spaventarlo, ma lo sviluppo. Io credo che il progresso comporti anche il saper fare delle valutazioni su cosa sia veramente fare un passo in avanti, e cosa lo sembri solamente. Saper valutare cosa ci serve veramente, e cosa no. Saper valutare anche che cosa serve alla comunità cui appartengo e valutarlo positivamente, anche se non sono io a beneficiarne o, addirittura, ci rimetto qualche cosa. Penso ad un paese molto vicino a noi, la Francia. In Francia, l’elemento prevalente nei decenni è stato il progresso. In Italia lo è stato lo sviluppo, inteso come crescita economica, delle attività industriali e produttive che tutto giustifica. Ma qui comincia ad esserci materiale per un post futuro, in cui potrò dare a questo ragionamento uno spazio maggiore

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Re e Regine di Scozia

Ho visto di recente il film “L’ultimo re di scozia”.Per chi non ne conoscesse la trama, la storia è quella di Idi Amin Dada, dittatore dell’Uganda per moltissimi anni.  Eccentrico, folle, sanguinario, populista e spietato, il dittatore si è macchiato di crimini orrendi, secondo un copione tragicamente frequente in africa. Il film ne descrive la parabola attraverso lo sguardo di un neo-laureato in medicina scozzese, andato in Uganda per curare i poveri, per poi venire presto ingaggiato dal presidente-dittatore come medico personale. A causa del delirio del dittatore,  il medico scozzese verrà investito di ruoli ben più importanti, che si riveleranno poco a poco un peso insostenbile per lui.

Significativo il passaggio del film in cui il dittatore decide di espellere dal paese tutti gli asiatici: il medico cerca in tutti i modi di dissuadere il presidente dall’iniziativa, giudicandola sconsiderata e pericolosa. Il presidente lo apostrofa con disprezzo: “Sei solo il mio medico, non ti permettere di mettere il naso in faccende che non ti riguardano”.

Poco tempo dopo, rendendosi conto dei danni e dell’isolamento che sta derivando al paese da questa iniziativa, Idi Amin Dada si troverà a rimproverare aspramente il medico, con la motivazione che avrebbe dovuto impedirgli di commettere un errore così grave. A nulla varranno le proteste del medico, che rivendica il fatto di aver tentato di impedirglielo. “Sei il mio più importante collaboratore, avevi il dovere di insistere”, sarà la replica del dittatore.

Per molti di voi questo non sarà che un post di “invito al cinema”, ma forse qualchedunaltro potrà leggere tra le righe….

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Amala

Il grido strozzato in gola, le bandiere rimaste nel cassetto, le bottiglie lì a giacere nel fondo del frigo. Quante volte i tifosi dell’inter hanno vissuto questi momenti? Talmente tante che ormai la squadra non è più solo una squadra, è entrata nell’immaginario di tutti come l’eterna incompiuta, la perdente, l’unico team dove vincere non è sufficiente, bisogna stra-vincere oggi, nella certezza che domani tutto potrebbe essere gettato alle ortiche e quindi è meglio approfittarne finchè si può.

Ieri, l’ennesima rappresentazione di questo feuilleton sportivo, divertente per gli avversari, disarmante per noi. Manca solo l’ultima puntata adesso, domenica prossima. La squadra non riesce a rimanere compatta per 90 minuti, questo è un dato di fatto. La pratica quotidiana di tifoso interista ci fa essere tranquilli almeno su un punto: nessuna chances che a Parma si prenda in mano la gara e la si porti alla fine senza tentennamenti, conquistando una vittoria che visto la differenza tra le squadre in campo dovrebbe arrivare senza discussioni.

Fossimo un’altra squadra, questo sarebbe. Ma sappiamo che non è così.

Del resto, così non fosse, forse ci annoieremo, l’anno scorso non fu gioia vera, contagiosa, per me ma non credo solo per me.

Speriamo ci venga almeno in soccorso la statistica…prima o poi qualcosa dovrà pur girare per il verso giusto, no?

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Sabato sera, quasi per caso, ho assistito a Villa Widmann a una rappresentazione teatrale allestita da una ottima compagnia teatrale di Mogliano. il testo rappresentato, “Il berretto a Sonagli” di Pirandello. Nella storia, una moglie tradita organizza nei minimi dettagli un “agguato” della pubblica autorità al marito fedifrago. Una volta colto sul fatto, il marito e l’amante vengono arrestati. Questo attira sulla poveretta vittima del tradimento il biasimo generale, quello della sua famiglia e quello, ancora più profondo del marito dell’amante, a sua volta vittima del tradimento. La moglie tradita viene additata come colei che, avendo fatto in modo di far uscire la tresca allo scoperto, ha attirato sulla famiglia le malelingue della gente, che ne approfitta per additare al pubblico ludibrio tutti i suoi componenti.

Nasce una spontanea alleanza tra il marito tradito e la famiglia della tradita, che riescono a far dichiarare la donna insana di mente, facendo così liberare gli amanti e riguadagnando la pubblica considerazione.

Mi complimento con l’ottima performance della compagnia, ma qui mi interessa sottolineare un altro aspetto: nell’italia di ieri come in quella di oggi ad essere condannate “sono le parole, non gli atti”. Più importante risulta offrire una immagine rispettabile piuttosto che meritare il rispetto con le proprie azioni.

Mentre mi trovavo a teatro, Marco Travaglio osava denunciare in televisione i rapporti del nuovo presidente del Senato Schifani con dei mafiosi. Apriti cielo: come ha potuto permettersi di dire certe cose sulla seconda carica dello stato, ed in prima serata per giunta!! Il conduttore della trasmissione si è già cosparso il capo di cenere: deve pur lavorare. Si tratta di un film già visto, quando è in gioco la rispettabilità di una persona così importante, a nessuno interesserà verificare la fondatezza delle affermazioni di Travaglio. Il fatto che le cose che egli afferma derivino dalla semplice lettura di atti processuali, poco importa.

La rispettabilità della seconda carica dello stato, che fu ricoperta da figure di primo piano della storia d’Italia ed oggi è ricoperta da Schifani, è un valore che supera di gran lunga quello della verità.

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Canzoni di protesta

Mi è giunta ieri notizia che un comico (Panariello) ha inciso una canzone di stampo satirico. Nel cantarla imita la voce di Renato Zero, già interpretato da Panariello in occasione dei suoi show. Il testo della canzone è in qualche modo ispirata al mondo dei co.co.co., e più in generale a quello del lavoro precario.

Ecco nuovamente  una questione molto seria, dai connotati spesso tragici, che viene fatta propria dallo show business che la banalizza, la svuota di significato. Sul mondo del precariato è ormai un fiorire di libri, film, saggi, adesso anche canzonette. Non si può dire che non se ne parli. Adesso però viene spontaneo il sospetto che possa essere diventato un tema da cavalcare, utile a “vendere”. Una spennellata di consapevolezza sociale a rendere più interessante i soliti prodotti del solito mercato.

Quarant’anni fa mettere in versi delle questioni sociali di larga portata era quasi rivoluzionario, poteva esporre l’artista anche a rischi di ghettizzazione da un lato, dall’altro poteva ergerlo a capofila di movimenti di opinione. Oggi il precario ci serve solo ad avere una canzonetta in più da fischiettare.

Ad anni di distanza dal ballo del qua qua, quest’estate potremmo buttarci in pista al ritmo del co.co.co.

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Messinscena

Scorrono sui telegiornali nazionali le immagini del referendum costituzionale-farsa birmano: il regime, secondo uno schema piuttosto ricorrente in situazioni analoghe, cerca la via meno rischiosa alla propria legittimazione “democratica”. L’indizione di elezioni, da sempre sinonimo di processo democratico, ma con l’accorgimento di scongiurare (più con le cattive che con le buone) la possibilità che il risultato sia quello sgradito. Si parla infatti della minaccia del carcere che pesava su chi si fosse pronunciato come contrario alla riforma costituzionale oggetto del referendum.

Altre immagini che della farsa hanno solo l’accorgimento della rappresentazione, ma non divertono come una buona farsa dovrebbe fare: militari, alti gradi della giunta militare che stritola il paese che distribuiscono aiuti ad una folla festante e riconoscente, per dare sollievo alle difficoltà che vivono dopo l’uragano della settimana scorsa.

Il commento del giornalista è improntato all’amara ironia: sottolinea come debba trattarsi di rappresentazioni di una realtà totalmente inventata, allo scopo di propaganda.

Mi viene spontaneo un sorriso amaro: chissà quante volte all’interno dello stesso telegiornale in cui il giornalista lavora sono state mostrate immagini, dato risalto a servizi, suggerita una visione della realtà allo scopo di compiacere il politico, il ministro di turno. Che la birmania sia una dittatura lo possiamo dire ovunque, che l’Italia sia una democrazia limitata, spogliata, delegata, ce lo possiamo raccontare solo tra di noi.

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