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Archive for marzo 2009

Il tesoro delle città

a_t_bAvete mai pensato di visitare una citta col vostro telefonino, vivendo una specie di caccia al tesoro? Avete mai pensato che il tesoro di una città è rappresentato dai suoi momumenti, non solo quelli maestosi e grandiosi, ma anche quelli minori, nascosti, dimenticati? Avete mai pensato che la ricchezza di un luogo è soprattutto la sua storia?

Dai, alcune di queste cose le avete di sicuro già pensate, ne sono sicuro! E se vi conosco abbastanza bene, so che la serata che vi offriremo questo Martedì 31 Marzo è una serata che apprezzereste. In Centro civico a Marano avremo ospite infatti Alberto Toso Fei, un giovane ma già affermato scrittore veneziano, che vedete ritratto nella foto. Alberto verrà a presentarci il suo libro-gioco dal titolo “The Ruyi”. Col “The Ruyi” potete visitate Venezia e Roma guidati da alcune informazioni di partenza, da una cartina, e da SMS che riceverete sul vostro cellulare. Verrete portati di luogo in luogo, di piazza in piazza dalla risoluzione di alcuni enigmi, la cui soluzione sta proprio nei luoghi della città. Non vi aggiungo altro, vi invito a venirci a trovare Martedì alle 20.45.per quello che sarà il terzo appuntamento maranese della rassegna “Ammira l’Autore”. Vi aspettiamo!

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Il nostro valzer

300px-valzer_con_bashirCredo che chiunque abbia visto il film “Valzer con Bashir” abbia condiviso, in tutto o in parte, le mie sensazioni. E’ un film che emoziona profondamente, per molti motivi.  La qualità del disegno e delle animazioni, innanzitutto. Le possibilità poi che l’animazione offre al racconto, consentendogli di raccontare  il sogno, anzi i sogni che popolano le notti del protagonista. E’ alla ricerca del significato di questi sogni che il protagonista dedice di partire. Poco per volta, capirà cosa questi sogni gli stiano dicendo.

Poco per volta  noi assieme a lui capiamo che il  suo passato, rimosso, torna a galla: un passato di militare israeliano nei mesi in cui ci fu il tremendo massacro di Sabra e Chatila. Per chi non ricordasse, questi i nomi di due campi di profughi palestinesi in Libano nel 1982 i cui occupanti vennero massacrati da Libanesi Cristiano-Maroniti come rappresaglia per l’assassinio di Bashir Gemayel. Bashir Gemayel era stato eletto pochi giorni prima nuovo presidente della repubblica libanese e stava per assumere l’incarico. Mesi prima le truppe israeliane avevano invaso il Libano allo scopo di sradicare la presenza armata palestinese e infliggere un corpo mortale all’OLP, che aveva sede a Beirut.

Il film emoziona per questo percorso di ricostruzione progressiva della memoria del protagonista, che grazie al racconto dei compagni di reparto del tempo alla fine ricorderà. Non si sa perchè abbia dimenticato, ma lo possiamo capire da soli: ha dimenticato perchè abbiamo dimenticato tutti. La sua memoria perduta è la memoria perduta di tutti noi, che siamo costretti a consultare la rete o un libro per ricordarci dove sono Sabra e Chatila, e che cosa è vi è successo. E’ infine un film che conforta, infine, per essere un film (anche) israeliano.

Per trentasei ore l’esercito israeliano consentì la mattanza, assistendo impassibile alle retate assassine dei Cristiano-Maroniti nei due villaggi, alla deportazione di famiglie intere verso i luoghi dell’eccidio, caricate su furgoni.

Noi tutti, la comunità internazionale, siamo come quei soldati. Assistiamo senza scomporci troppo al massacro senza fine. Le nostre televisioni che ci riportano le immagini di Gaza sono come le postazioni di osservazione dell’esercito israeliano appena fuori Sabra e Chatila. Ci limitiamo di tanto in tanto a sibilare verso Israele, un “Ehi, ma che fate?” così come fanno due soldati israeliani nel film all’indirizzo di un falangista che ha appena passato al mitra un vecchietto.

A differenza del protagonista però, viene da pensare che le nostre notti non rischiano di essere turbate da sogni sgradevoli.

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Da Scampia al Brasile

petrone1Bisognerebbe vivere in una campana di vetro  per non essere informati sulla partenza dei programmi televisivi su cui i canali puntano maggiormente. Anche chi avesse smesso di seguire la televisione per motivazioni più che condivisibili, troverebbe informazioni sui giornali e su internet. Anche il sottoscritto quindi, che in una campana di vetro peraltro non vive, è al corrente del fatto che Ciro Petrone, noto per aver recitato nel film “Gomorra” di Matteo Garrone, partecipa ad un reality appena iniziato in questi giorni trasmesso da una rete mediaset.

Nel film, da molti indicato come uno dei più significativi degli ultimi anni per il cinema italiano, Petrone interpreta il ruolo di un ragazzino che in compagnia di un amico commette dei piccoli reati ed alcuni sgarri a criminali di maggior età, peso ed esperienza. Il mancato rispetto del territorio di influenza e delle gerarchie porta nel film i due ragazzi a pagare pesantemente il conto della loro spavalderia.

Il volto di Petrone, preso direttamente dalla strada, mi faceva pensare fino all’altro giorno direttamente alle atmosfere pesanti del film, alla periferia squallida e disperata, alle leggi parallele che dominano quella parte d’Italia descritta in modo così efficace e coraggioso da Roberto Saviano. Adesso, quel volto lo associo alle nominations e al televoto.

L’impresa portata a termine dal network televisivo, non a caso di proprietà berlusconiana è notevole: aver assoldato il ragazzo per il reality per certi versi banalizza anche il film, ne intacca la credibilità, ci fa capire che film e reality possono entrambi appartenere allo stesso identico grande carrozzone. A perdere di credibilità in tutto questo è ovviamente il film, non certo il reality, che fa di un approccio farsesco della realtà il proprio punto di forza, la caratteristica fondamentale.

Ovviamente nel portare a compimento l’operazione i responsabili della rete hanno reclutato un ragazzo incolpevole, sovrastato dalla notorietà cadutagli addosso e comprensibilmente noncurante delle intenzioni di chi lo ha coinvolto nel reality. Così come ogni telegiornale banalizza e appiattisce le tragedie più grandi, anche il reality si appropria delle emozioni del film, tenta di sconfiggere la tensione che ci ha accompagnati nel vedere “Gomorra”, distrugge la nostra illusione. L’operazione, almeno nei miei riguardi, si può dire riuscita.

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Capolavoro

pastante1Come ampiamente trattato in un post precedente, il nuovo passante di Mestre ha iniziato a funzionare. Impossibile non saperlo del resto, tanto è stato il rumore creato attorno alle tre-quattro inaugurazioni che si sono succedute, tra chiusura dei lavori, apertura del passante, apertura del casello di Preganziol. Altre inaugurazioni di sicuro arriveranno, la grande opera infatti manca di molti altri “pezzi”, tralasciati nell’evidente obiettivo di fare presto (o non troppo tardi rispetto alle tempistiche dichiarate all’inizio).  Tra l’altro completare l’opera a pezzi consente di fare tanti piccoli tagli di nastro minori, capitalizzando al massimo la visibilità che regalano queste occasioni. Voglio cautelarmi rispetto alle accuse di faziosità che potrebbero arrivarmi: la vicenda legata al ponte di Calatrava a Venezia in quanto a vicessitudini dell’apertura  è stata di gran lunga peggiore, non sono certo io a scoprirlo.

Non manca  di certo, nelle classi dirigenti di questo paese, il piacere nel farsi ritrarre all’atto di tagliare nastri. Sono particolarmente spassose le foto di questi tagli di nastro, con i protagonisti impegnati a stringersi tutti nell’obiettivo allo scopo di non passare inosservati. 

La grande opera è in funzione, con una grande differenza rispetto alla Tangenziale di Mestre: il vecchio tracciato rappresentava sicuramente il cruccio di tanti mestrini, fonte inesauribile di arrabbiature, perdite di tempo, inquinamento, ma un lato positivo c’era: i mestrini potevano anche usarla.

Nulla di tutto ciò accade col passante: la strada passa vicino alle case della zona in cui abito, porta inquinamento atmosferico ed acustico ma, meraviglia delle meraviglie, non  possiamo usarla. Non è previsto un innesto diretto nel passante, ad oggi almeno, da chi entri in autostrada all’uscita di Dolo-Mirano. Per entrarci si deve andare a Padova est, abbandonare l’autostrada per poi rientrarvi e tornare sui propri passi, al fine di entrare nel passante.

Parimenti, se un mio concittadino si trovasse a percorrere il passante arrivando da Quarto d’Altino dovrebbe abbandonare qualsiasi illusione di raggiungere l’uscita di Dolo-Mirano una volta ricongiuntosi con la A4. Anche in questo caso il viaggetto a Padova, magari con visita al Santo e aperitivo in piazza, si renderebbe necessario come descritto sopra.

Credo che col passante le strategie di chi pianifica la mobilità abbiano  raggiunto un nuovo grado di raffinatezza: l’opera pubblica che ti porta disagio e il cui uso ti è peraltro impossibile. Un capolavoro.

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