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Archive for maggio 2008

Shakespeare in Venice

Il grande drammaturgo inglese con tutta probabilità non ha mai messo piede a Venezia. Di più, sembra che non si sia mai allontanato dal ristretto perimetro comprendente la distanza che corre tra Londra e la città di Stratford, dove naque e dove morì. Eppure ha saputo ambientare le proprie opere nei luoghi più diversi, dalla Danimarca alla Scozia per finire alla bassa padovana e, ovviamente, a Verona e Venezia. Non fu un inventore di storie, attinse a piene mani da scrittori che lo avevano preceduto, ambientando le proprie opere in un passato ancora piuttosto recente rispetto all’epoca in cui visse. Non inventò storie, ma quelle storie le seppe raccontare come nessun altro.

Fu tale la sua capacità di “conoscere” luoghi mai visitati se non attraverso la lettura che si stenta a credere che non li abbia visti di persona. Ha omaggiato Venezia ambientadovi due delle sue opere immortali: Otello e Il Mercante di Venezia. Il titolo del post è anche il titolo di un libro, scritto a quattro mani da Alberto Toso Fei e Shaul Bassi presentato poche sere fa a Mira. Partendo dalla suggestione di una “impossibile” visita di Shakespeare a Venezia, il libro racconta la Venezia di Shakespeare, immaginando quali sarebbero state le sensazioni che il grande narratore avrebbe provato se solo avesse potuto percorrere le sue calli.

Ma perchè un tale omaggio a Venezia da parte sua? Facile, nel 1500 era semplicemente il centro del mondo occidentale, una potenza politica ed economica di prima grandezza. La Londra del tempo era ancora alla periferia dell’ordine europeo, per cui chi abitava a Londra guardava a Venezia come all’esempio più luminoso di civiltà, una città dove potevi incontrare persone di ogni provenienza e cultura, dove si era giudicati non per la propria razza o lingua, ma per l’apporto che si dava alla ricchezza. Come sono cambiati gli equilibri oggi, con Londra capitale multietnica e Venezia ormai ai margini della vita economica!

Oggi viaggiamo con molta facilità da un luogo all’altro, con relativa poca spesa gli aerei ci portano nelle maggiori capitali europee e mondiali. Eppure, quanto possiamo dire di conoscere veramente i luoghi che visitiamo in vacanza? In che misura ne captiamo il carattere, gli umori? Quante volte ci fermiano a parlare con le persone del luogo al fine di comprenderne la natura? Viaggiare, oggi come ieri, è forse più una predisposizione dell’animo che  una attività.

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Africa attiva

E’ questo il titolo di una interessante serie di iniziative promosse da una aggregazione di associazioni di Mirano. E’ stato attivato un canale di importazione diretta di prodotti artigianali e non solo da un villaggio del Senegal, Ndem. Il villaggio non è stato scelto a caso: l’attività produttiva che vi si trova è il risultato di un progetto che aveva come obiettivo il creare nella comunità dei laboratori che non c’erano, allo scopo di interrompere l’esodo degli uomini dal villaggio alla capitale, alla ricerca di lavoro. Le nuove attività create con ingegno, applicazione, formazione delle persone hanno fatto sì che non solo l’emigrazione si interrompesse, ma che molti facessero ritorno al villaggio, incoraggiati dalla possibilità di avere un lavoro e un reddito anche vicino ai propri affetti. L’esperienza è stata allargata a nuovi villaggi, e questo progetto di creazione di opportunità lavorative in piccole realtà coinvolge ad oggi circa 4000 persone.

Tutto ciò ci è stato spiegato da Assane Mbuop, un testimone diretto del progetto, nel corso di una confortante serata a villa Morosini, l’ex biblioteca di Mirano. Conforta il sapere che, spesso a nostra insaputa, anche in Africa sono possibili esperienze di questo tipo, è possibile uscire dalla logica degli aiuti che, con ben poca generosità, arrivano in quelle regioni e intraprendere la via di una maggiore indipendenza economica. Il commercio che si instaurerà con i villaggi, sottolineava Assane, non è una forma di assistenza. Non saremo portati a comprare per “aiutare”, ma perchè quei prodotti ci servono, quei cibi ci piacciono. E’ questo il tipo di rapporto che dà dignità al produttore. Non entriamo al supermercato per aiutare quella catena commerciale, ma perchè ne abbiamo bisogno, e così deve essere anche quando acquistiamo un prodotto che proviene da un paese con un diverso grado di sviluppo.

Prima di entrare nella descrizione dei progetti, sono state fornite alcune informazioni sul Senegal: è un paese in cui il 95% della popolazione è di fede musulmana. Nonostante questo, il primo presidente del paese dalla data dell’indipendenza fu un cristiano. C’è libertà di religione e nessun conflitto interetnico o interreligioso è stato registrato. Saperlo aiuta a combattere i luoghi comuni con i quali vengono descrivono i paesi musulmani. Come spesso accade, capire meglio certe cose non è poi complicato, basta uscire di casa.

Se avete voglia di uscire, ecco il link che vi dà tutte le informazioni necessarie:

http://www.comune.mirano.ve.it/infocitta/MostraNotizia.php?tab=news&pag=1&ID=1896

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Il grande circo

Si è concluso il campionato di calcio di serie A nel modo che speravo. Per una volta gli ultimi minuti della competizione non ci sono stati fatali, è questa è una nuova dimostrazione che qualcosa è cambiato rispetto al passato. Nella melma di Parma tutto sarebbe potuto accadere, e troppo recente era il ricordo di un’altra squadra, la Juventus, che pochi anni or sono venne superata in extremis in una situazione del tutto analoga, a Perugia.

Ci sono stati festeggiamenti un po’ ovunque, Domenica scorsa. Folle più o meno grandi di gente si sono riversate nelle strade spontaneamente  spinti dalla gioia del momento. E’ accaduto ai tifosi dell’Inter, ma non sarebbe stato diverso se fossero stati quelli della Roma a poter esultare.

Sul fenomeno della esultanza popolare legata agli avvenimenti calcistici si è detto molto: c’è chi la giustifica come un evento di espressione sincera di gioia,  l’unico motivo per il quale le persone ancora siano disposte a lasciarsi andare e far baccano assieme. Le vicende politiche hanno infatti da tempo smesso di appassionare le folle nella stessa maniera, e gruppi di persone esultanti al  diffondersi di risultati di elezioni politiche non se ne vedono più molti. C’è chi  invece la censura come un evento di caotico rumore, che sconfina nell’irrazionale, e che rappresenterebbe la valvola di sfogo di pulsioni non diversamente esprimibili.

La trasmissone blob, nel consueto montaggio intelligente di pezzi di televisione, ha riassunto la giornata come al solito nel modo più semplice e più efficace: sono state mostrate immagini in serie riprese dai telegiornali di tifosi che urlavano impazziti davanti ai microfoni dei reporter, con la bocca spalancata, la faccia paonazza e la voce arrochita da un volume troppo alto per le loro corde.

Questo diario che scrivo vorrebbe, tra le altre cose, tentare di dimostrare come l’attenzione al mondo nella sua globalità non constrasti necessariamente con l’interesse per il calcio.  Questo bellissimo sport è vittima dell’amore, delle passioni che scatena. Gli interessi economici che lo avvelenano e l’esasperazione degli animi che lo accompagnano non sono che il frutto del grande abbraccio popolare che riceve  da quasi un secolo.

Non occorre che sia io a dire che il degrado che accompagna questo sport ha mostrato una delle facce peggiori proprio nel  nostro paese. E continua a farlo quotidianamente quando si vedono stadi svuotati dalle persone che ci andrebbero solo per divertirsi e li lasciano in mano agli sciacalli del tifo organizzato. La giornata di esultanza dell’Inter, per esempio, ha messo in secondo piano l’ultima prodezza degli imbecilli di turno: sfasciare un asilo avente il torto di essere nei pressi dello stadio di Parma.

Finchè chi ha un rapporto di sano interesse, di passione sincera con questo sport non sarà in grado di avere la meglio (ma non vedo come), continuerà questa contrapposizione tra gente “normale” e tifosi. Ma sembra invece che sia piuttosto il tifo cieco ad invadere altri campi e non il contrario. In questo paese infatti la tendenza a dividersi in fazioni, a rivendicare una diversità pre-concetta dall’altro come frutto di una diversa appartenenza è uno dei mali peggiori. Inter contro Milan come Destra contro Sinistra, credenti contro laici, e così via… 

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Retrouvailles

Mi è sempre piaciuta la parola francese che dà il titolo a questo post. Significa il ritrovarsi, incontrarsi dopo un po’ di tempo tra persone che si conosco e hanno condiviso qualcosa di significativo. Il temine si adatta bene alle serate che, con una cadenza più o meno annuale, celebriamo tra ex compagni di liceo. Sono passati ormai 18 anni dalla maturità, ma uno zoccolo duro (ed esiguo) di compagni di classe continua a provare piacere nell’incontrarsi e raccontarsela. Il periodo del liceo rappresenta nella memoria di tutti un momento speciale, si ripercorrono in queste serate i passaggi più divertenti,  si ricordano le risate contagiose, gli scherzi cattivi che facevamo a questo o a quell’altro. A vent’anni di distanza, l’imitazione del professore x continua a farci scompisciare dal ridere. Ed è sempre stimolante confrontare quali sono stati i nostri percorsi dopo la fine della scuola, riassumere la situazione di chi ha avuto figli e chi no, chi si è comunque “sistemato”, e chi invece continua a condurre una vita libera, se non libertina. Confrontare il percorso fatto con le aspettative che si coltivavano in quel tempo su se stessi, e le previsioni che si erano fatte sul futuro degli altri. Tra i partecipanti alla serata, Lorenzo Marinaz, “loe” per gli amici. Ho dovuto scrivere il suo nome per esteso, gliel’ho promesso perchè così avrà la soddisfazione di “ritrovarsi” citato da un motore di ricerca appena questo post sarà pubblicato. Per lui, ormai confinato nell’ambiente delle montagne del trentino, significherà rientrare in qualche modo nel mondo dell’informazione globale.

 

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Con l’approssimarsi della bella stagione, con l’allungarsi  ed il riscaldarsi delle giornate riesco a dedicare un paio di sere alla settimana a delle piacevoli corse in campagna. E’ un piacere il poter muovere muscoli che le giornate in ufficio rischiano di atrofizzare, una gioia per gli occhi vedere i papaveri che crescono adesso sui campi, una senzazione di intima soddisfazione la regala poi la stanchezza delle gambe a corsa conclusa. Per anni dovetti interrompere questa pratica a causa di un fastidioso dolore alla base dell’alluce. Esami e terapie non sono riuscite a scoprire l’origine del problema, fortunatamente mi sono reso conto che il correre su stradine bianche, anzichè sull’asfalto, mi permetteva di superare il fastidioso problema.

Ed eccoci al punto, il progressivo asfaltarsi negli anni di tutte le strade possibili ha fatto sì che adesso sia veramente improbo trovarne una, ed  oggi per raggiugere la strada dove corro devo affrontare un percorso  in bicicletta di ben 20 minuti. Fino a pochi anni fa mi bastavano 3 minuti a piedi, poi la costruzione del passante ha distrutto anche uno degli ultimi tratti di campagna dello spazio che divide Marano da Scaltenigo.

L’eterno dilemma che ci poniamo chiedendoci se con il progresso abbiamo perso o guadagnato è stato declinato milioni di volte prima di oggi, non mi pare sia il caso di riproporlo. Credo che ognuno di noi abbia la sua opinione a riguardo. E  molti di noi riconoscono i vantaggi che il progresso tecnologico ha portato nelle nostre vite. Uno fra tutti (questo diario ne è uno dei milioni di esempi)  la possibilità di creare attraverso internet delle comunità di discussione, delle reti tra persone azzerando le distanze.

Pasolini soleva dire che non era il progresso a spaventarlo, ma lo sviluppo. Io credo che il progresso comporti anche il saper fare delle valutazioni su cosa sia veramente fare un passo in avanti, e cosa lo sembri solamente. Saper valutare cosa ci serve veramente, e cosa no. Saper valutare anche che cosa serve alla comunità cui appartengo e valutarlo positivamente, anche se non sono io a beneficiarne o, addirittura, ci rimetto qualche cosa. Penso ad un paese molto vicino a noi, la Francia. In Francia, l’elemento prevalente nei decenni è stato il progresso. In Italia lo è stato lo sviluppo, inteso come crescita economica, delle attività industriali e produttive che tutto giustifica. Ma qui comincia ad esserci materiale per un post futuro, in cui potrò dare a questo ragionamento uno spazio maggiore

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Un’altra estate

Ormai non ci sono più dubbi, neanche quest’anno TAM TAM ci farà compagnia. Chi abita a Mira e dintorni sa di cosa parlo: si tratta di una festa, di un luogo attivo per tutto il mese di Giugno (poco prima e poco dopo come dice nel suo rap Herman Medrano) di scambio di cultura e conoscenza, musica, esperienze sul campo, realtà associative di base e tanto altro ancora…una delle ormai non tantissime occasioni di stare in mezzo alla gente senza dover travestirsi in chi non sei (ancora Herman Medrano nel suo rap consiglia di andarci “in majeta e savatine”, cosa che ho sempre fatto).

Nel corso di questi anni Tam Tam ha dato molto a chi avesse ancora la curiosità di conoscere musiche e culture diverse, opinioni non allineate ma tolleranti (guai a considerarsi più sinceri, più veri degli altri…), con la voglia di approfittare di un cielo amico sopra la testa, di uno spazio in cui unire divertimento e voglia di dirsi qualche cosa, momenti che troppo spesso tendono a rimanere separati.

Se penso a quante volte ho inforcato la bici per arrivare a Mira, da solo o in compagnia, mangiato “mussatti” per la strada, grattatomi le gambe ormai preda delle simpatiche bestioline davanti al palco, impolveratomi piedi e caviglie saltellando al ritmo di un reggae in compagnia di sconosciuti…spero che anche a questa assenza non ci si debba abituare.

Putroppo l’affetto dei molti nei confronti della manifestazione non basta di per sè a renderla possibile: non ci resta che sperare che l’anno prossimo gli interventi necessari sul parco vengano fatti e che Tam Tam possa avere più presto possibile una sostenibilità economica, la causa che ha fatto fallire l’edizione di quest’anno e quella dell’anno scorso.

E spero che gli amici di SRAZZ riescano a trovare le motivazioni per non mollare…

 

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Pendolando

I minuti di tragitto che separano le nostre stazioni di partenza da quelle di arrivo ogni mattina vengono spesso associati ad un non-tempo. Ognuno di noi vorrebbe che questo tempo fosse più breve, si vorrebbe “perdere” meno tempo nel trasporto e dedicarlo maggiormente alle nostre vite. So di persone che impegano 2 ore per raggiungere il luogo di lavoro:a loro va tutta la solidarietà del caso, e le riflessioni che sto per fare non possono essere loro estese.

Chi, come il sottoscritto, affronta un viaggio piuttosto breve, dovrebbe invece goderlo appieno, senza considerarlo un tempo sprecato, che nessuno ci restituirà. Sono sempre stato molto incuriosito, per quanto mi riguarda, dalle persone sconosciute: mi piace guardarle, incrociare il loro sguardo più e più volte, cercare di farmi delle fantasie su che tipo di donne e uomini possono essere. Di sicuro questo diario ospiterà di tanto in tanto qualche episodio in “diretta dal treno”.

Oggi pomeriggio, treno delle 16 e 36 del rientro. Scompartimento pieno in ogni posto come al solito. Tra le file dei sedili si fa spazio una donna rom con in braccio un bambino. Con fare non troppo insistente ma neanche rinunciatario, la donna chiede l’elemosina. Tutta la carrozza   oppone dapprima indifferenza, e diniego in seguito alle  brevi insistenze. Tra i tanti, solo un un signore dalla pelle nera accetta di dare un suo obolo.  Ecco che solo un uomo di origine manifestamente diversa dalla nostra compie un gesto che noi, nella stragrande maggioranza, non abbiamo più voglia di fare.

Chi ha ragione? Il signore che non rinuncia a quel gesto? Oppure noi con la nostra presunzione, con il nostro difenderci con parole del tipo “E poi vanno in giro coi macchinoni”…”I soldi se li spende il marito in bottiglie”…”E’ già il terzo che me li chiede oggi”? Possiamo permettere ai nostri giudizi di impedirci di fare qualcosa che rischia di essere giusto, o almeno non completamente sbagliato?

Su questo, come su tantissime altre cose, non ho risposta.

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