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Le vite di Dylan

im-not-there-blogCi sono molti film che raccontano storie dei protagonisti della musica. La musica è tra i maggiori veicoli delle nostre emozioni, nel corso dei secoli è diventata l’espressione della creatività umana più vicina alle persone. Le generazioni più giovani seguono la musica molto di più delle altre forme espressive ed artistiche, ed è quindi normale che le vite dei grandi protagonisti della musica diventino storie da raccontare. Credo ci sia spesso il pericolo di “romanzare” anche vite che di particolarmente appassionante magari non avrebbero molto.  Spesso i fan degli artisti fanno fatica ad accettare che il loro idolo sia anche una persona come tutte le altre, che non abbia molto altro da dire che non sia la sua musica. Dai grandi musicisti ci si attende che abbiano o abbiano avuto opinioni più intelligenti o originali degli altri sui più svariati argomenti e che la loro vita sia stata una lunga (o più breve) fantastica avventura.

Comunque, dicevamo, fare un elenco dei film che hanno raccontato le vite dei musicisti, è impossible: “Amadeus”, di Milos forman, “The Doors” di Oliver Stone, “La bamba”  di Luis Valdez, “Bird” di Clint Eastwood, “Last Days” di Gus Van Sant,  ”Round Midnight” di Bertrand Tavernier, “Walk the Line” di James Mangold, “Accordi e disaccordi” di Woody Allen, solo per citarne alcuni.

Alcuni di questi film parlano di musicisti realmente esistiti, altri invece parlano di musicisti immaginari, magari somiglianti ad un certo modello di artista, che riassuma le caratteristiche di più di uno o più artisti realmente esistiti.

Ho trovato particolarmente interessante il film di Todd Haynes “Io non sono qui”, presentato a Venezia un paio di anni fa e che ho visto recentemente. In questo film si parla delle molte vite di Bob Dylan. Credo che il regista abbia avuto una grande intuizione: Bob Dylan non si può riassumere in una sola biografia. Le sue vite sono molte, sono molte le fasi che ha attraversato come uomo e artista, era insufficiente raccontarlo come si racconterebbe la vita di qualcun’altro. Da qui, l’idea di farlo interpretare a 6 attori diversi, ognuno dei quali rappresenta un Dylan diverso. Anche il nome sparisce, infatti questi sei Dylan in realtà hanno nomi diversi, tra di loro e nessuno si chiama Bob Dylan. Ci sono i questo film dei riferimenti all’opera dylaniana che sono incomprensibili a molti, compresi al sottoscritto, dialoghi che sono la ripresa di  testi di pezzi mai pubblicati, scene che riproducono copertine di dischi entrate nella storia.

Credo che sia il modo migliore per rendere omaggio con un film a figure come questa: che senso avrebbe ricordare che il tale artista era alcolizzato, oppure conduceva una vita sana, litigava con  la moglie oppure era un solitario..molto meglio affidare alle immagini del film il compito di restituisci parte delle emozioni che ci ha dato la musica, magari sotto nuove sembianze.

Concentrazioni

copdjcSono riuscito oggi, dopo averlo cercato invano per anni, a vedere il primo film di Nanni Moretti, Io sono un autarchico. Dove non era mai riuscito ad arrivare il videoregistratore (ovviamente per riuscire a registrare questo film occorreva programmare l’apparecchio per le tre di notte, sperando che il film iniziasse con un ritardo non superiore alla mezz’ora) ha potuto finalmente internet.

Si tratta di un film pieno di messaggi in codice, molto autoreferenziale, a tratti esilarante e piuttosto deciso nel criticare certe tendenze del cinema e del teatro italiano di quegli anni. Non mi spingerò a farne un commento, mi interessava riflettere su una situazione ricorrente del film: lo spettacolo che viene messo in scena dalla compagnia di amici viene seguito da pochissime persone, sistemate su delle sedie da cucina. Persone che sembrano essere capitate lì per sbaglio, e che rimangono sino alla fine dello spettacolo solo per educazione salvo poi scappare alla fine, evitando il supplizio ulteriore del dibattito. Teatro sperimentale, d’avanguardia, che  nel film sembra soddisfare solo le manie espressive del regista, ma che è lontanissimo dai gusto dello (sparuto) pubblico.

Mi interessava questo argomento perchè mi viene naturale confontare la situazione messa in scena nel film con moltissime situazioni che vivo direttamente: spesso organizziamo con fatica degli appuntamenti di divulgazione che vedono una partecipazione scarsissima di pubblico. Non si tratta neanche di argomenti “sperimentali”: basta che si parli di un libro (la parola libro è un deterrente fortissimo)  e si ha spesso a che fare con una platea di pochi, magari venuti solo per lealtà all’associazione organizzatrice o per amicizia.

Dal lato opposto, le serate di proiezione di immagini di viaggio: ognuno di questi appuntamenti ribocca di partecipanti. Persino un teatro di dimensioni medie come quello di villa Belvedere a Mirano non era sufficiente, la settimana scorsa, a contenere il numero di persone accorse a una serata di proiezione di immagini di un viaggio in Mongolia.

Mi sembrava opportuno rifletterci un attimo: possibile che le parole scritte, quelle che stanno dentro i libri, respingano in modo così forte, a vantaggio dell’immagine, di facile approccio e seducente? Siamo condannati a vedere morire la scrittura, se non ridotta a poche parole allusive, a slogan pubblicitari, a sms scritti in un linguaggio cifrato? 

Le statistiche sulla lettura  di libri porterebbero a pensare che in effetti per la parola scritta il futuro non è roseo. Neppure i quotidiani cartacei godono di grande seguito, e le serate letterarie con così poca partecipazione spontanea sembrano confermare la tendenza. Il tutto mi sembra iscriversi in una più generale tendenza ad abbandonare l’approfondimento: non ci concentriamo più su di un solo argomento, vogliamo sapere più cose ma per ognuna di queste ci accontentiamo di saperne poco, risparmiamo tempo per interessarci, altrettanto superficialmente a qualcos’altro. Purchè questo qualcos’altro non ci richieda troppa concentrazione.

Se siete riusciti ad arrivare alla fine di questo post, temo che la vostra capacità di concentrazione sia largamente superiore alla media.

a_t_bAvete mai pensato di visitare una citta col vostro telefonino, vivendo una specie di caccia al tesoro? Avete mai pensato che il tesoro di una città è rappresentato dai suoi momumenti, non solo quelli maestosi e grandiosi, ma anche quelli minori, nascosti, dimenticati? Avete mai pensato che la ricchezza di un luogo è soprattutto la sua storia?

Dai, alcune di queste cose le avete di sicuro già pensate, ne sono sicuro! E se vi conosco abbastanza bene, so che la serata che vi offriremo questo Martedì 31 Marzo è una serata che apprezzereste. In Centro civico a Marano avremo ospite infatti Alberto Toso Fei, un giovane ma già affermato scrittore veneziano, che vedete ritratto nella foto. Alberto verrà a presentarci il suo libro-gioco dal titolo “The Ruyi”. Col “The Ruyi” potete visitate Venezia e Roma guidati da alcune informazioni di partenza, da una cartina, e da SMS che riceverete sul vostro cellulare. Verrete portati di luogo in luogo, di piazza in piazza dalla risoluzione di alcuni enigmi, la cui soluzione sta proprio nei luoghi della città. Non vi aggiungo altro, vi invito a venirci a trovare Martedì alle 20.45.per quello che sarà il terzo appuntamento maranese della rassegna “Ammira l’Autore”. Vi aspettiamo!

Il nostro valzer

300px-valzer_con_bashirCredo che chiunque abbia visto il film “Valzer con Bashir” abbia condiviso, in tutto o in parte, le mie sensazioni. E’ un film che emoziona profondamente, per molti motivi.  La qualità del disegno e delle animazioni, innanzitutto. Le possibilità poi che l’animazione offre al racconto, consentendogli di raccontare  il sogno, anzi i sogni che popolano le notti del protagonista. E’ alla ricerca del significato di questi sogni che il protagonista dedice di partire. Poco per volta, capirà cosa questi sogni gli stiano dicendo.

Poco per volta  noi assieme a lui capiamo che il  suo passato, rimosso, torna a galla: un passato di militare israeliano nei mesi in cui ci fu il tremendo massacro di Sabra e Chatila. Per chi non ricordasse, questi i nomi di due campi di profughi palestinesi in Libano nel 1982 i cui occupanti vennero massacrati da Libanesi Cristiano-Maroniti come rappresaglia per l’assassinio di Bashir Gemayel. Bashir Gemayel era stato eletto pochi giorni prima nuovo presidente della repubblica libanese e stava per assumere l’incarico. Mesi prima le truppe israeliane avevano invaso il Libano allo scopo di sradicare la presenza armata palestinese e infliggere un corpo mortale all’OLP, che aveva sede a Beirut.

Il film emoziona per questo percorso di ricostruzione progressiva della memoria del protagonista, che grazie al racconto dei compagni di reparto del tempo alla fine ricorderà. Non si sa perchè abbia dimenticato, ma lo possiamo capire da soli: ha dimenticato perchè abbiamo dimenticato tutti. La sua memoria perduta è la memoria perduta di tutti noi, che siamo costretti a consultare la rete o un libro per ricordarci dove sono Sabra e Chatila, e che cosa è vi è successo. E’ infine un film che conforta, infine, per essere un film (anche) israeliano.

Per trentasei ore l’esercito israeliano consentì la mattanza, assistendo impassibile alle retate assassine dei Cristiano-Maroniti nei due villaggi, alla deportazione di famiglie intere verso i luoghi dell’eccidio, caricate su furgoni.

Noi tutti, la comunità internazionale, siamo come quei soldati. Assistiamo senza scomporci troppo al massacro senza fine. Le nostre televisioni che ci riportano le immagini di Gaza sono come le postazioni di osservazione dell’esercito israeliano appena fuori Sabra e Chatila. Ci limitiamo di tanto in tanto a sibilare verso Israele, un “Ehi, ma che fate?” così come fanno due soldati israeliani nel film all’indirizzo di un falangista che ha appena passato al mitra un vecchietto.

A differenza del protagonista però, viene da pensare che le nostre notti non rischiano di essere turbate da sogni sgradevoli.

petrone1Bisognerebbe vivere in una campana di vetro  per non essere informati sulla partenza dei programmi televisivi su cui i canali puntano maggiormente. Anche chi avesse smesso di seguire la televisione per motivazioni più che condivisibili, troverebbe informazioni sui giornali e su internet. Anche il sottoscritto quindi, che in una campana di vetro peraltro non vive, è al corrente del fatto che Ciro Petrone, noto per aver recitato nel film “Gomorra” di Matteo Garrone, partecipa ad un reality appena iniziato in questi giorni trasmesso da una rete mediaset.

Nel film, da molti indicato come uno dei più significativi degli ultimi anni per il cinema italiano, Petrone interpreta il ruolo di un ragazzino che in compagnia di un amico commette dei piccoli reati ed alcuni sgarri a criminali di maggior età, peso ed esperienza. Il mancato rispetto del territorio di influenza e delle gerarchie porta nel film i due ragazzi a pagare pesantemente il conto della loro spavalderia.

Il volto di Petrone, preso direttamente dalla strada, mi faceva pensare fino all’altro giorno direttamente alle atmosfere pesanti del film, alla periferia squallida e disperata, alle leggi parallele che dominano quella parte d’Italia descritta in modo così efficace e coraggioso da Roberto Saviano. Adesso, quel volto lo associo alle nominations e al televoto.

L’impresa portata a termine dal network televisivo, non a caso di proprietà berlusconiana è notevole: aver assoldato il ragazzo per il reality per certi versi banalizza anche il film, ne intacca la credibilità, ci fa capire che film e reality possono entrambi appartenere allo stesso identico grande carrozzone. A perdere di credibilità in tutto questo è ovviamente il film, non certo il reality, che fa di un approccio farsesco della realtà il proprio punto di forza, la caratteristica fondamentale.

Ovviamente nel portare a compimento l’operazione i responsabili della rete hanno reclutato un ragazzo incolpevole, sovrastato dalla notorietà cadutagli addosso e comprensibilmente noncurante delle intenzioni di chi lo ha coinvolto nel reality. Così come ogni telegiornale banalizza e appiattisce le tragedie più grandi, anche il reality si appropria delle emozioni del film, tenta di sconfiggere la tensione che ci ha accompagnati nel vedere “Gomorra”, distrugge la nostra illusione. L’operazione, almeno nei miei riguardi, si può dire riuscita.

Capolavoro

pastante1Come ampiamente trattato in un post precedente, il nuovo passante di Mestre ha iniziato a funzionare. Impossibile non saperlo del resto, tanto è stato il rumore creato attorno alle tre-quattro inaugurazioni che si sono succedute, tra chiusura dei lavori, apertura del passante, apertura del casello di Preganziol. Altre inaugurazioni di sicuro arriveranno, la grande opera infatti manca di molti altri “pezzi”, tralasciati nell’evidente obiettivo di fare presto (o non troppo tardi rispetto alle tempistiche dichiarate all’inizio).  Tra l’altro completare l’opera a pezzi consente di fare tanti piccoli tagli di nastro minori, capitalizzando al massimo la visibilità che regalano queste occasioni. Voglio cautelarmi rispetto alle accuse di faziosità che potrebbero arrivarmi: la vicenda legata al ponte di Calatrava a Venezia in quanto a vicessitudini dell’apertura  è stata di gran lunga peggiore, non sono certo io a scoprirlo.

Non manca  di certo, nelle classi dirigenti di questo paese, il piacere nel farsi ritrarre all’atto di tagliare nastri. Sono particolarmente spassose le foto di questi tagli di nastro, con i protagonisti impegnati a stringersi tutti nell’obiettivo allo scopo di non passare inosservati. 

La grande opera è in funzione, con una grande differenza rispetto alla Tangenziale di Mestre: il vecchio tracciato rappresentava sicuramente il cruccio di tanti mestrini, fonte inesauribile di arrabbiature, perdite di tempo, inquinamento, ma un lato positivo c’era: i mestrini potevano anche usarla.

Nulla di tutto ciò accade col passante: la strada passa vicino alle case della zona in cui abito, porta inquinamento atmosferico ed acustico ma, meraviglia delle meraviglie, non  possiamo usarla. Non è previsto un innesto diretto nel passante, ad oggi almeno, da chi entri in autostrada all’uscita di Dolo-Mirano. Per entrarci si deve andare a Padova est, abbandonare l’autostrada per poi rientrarvi e tornare sui propri passi, al fine di entrare nel passante.

Parimenti, se un mio concittadino si trovasse a percorrere il passante arrivando da Quarto d’Altino dovrebbe abbandonare qualsiasi illusione di raggiungere l’uscita di Dolo-Mirano una volta ricongiuntosi con la A4. Anche in questo caso il viaggetto a Padova, magari con visita al Santo e aperitivo in piazza, si renderebbe necessario come descritto sopra.

Credo che col passante le strategie di chi pianifica la mobilità abbiano  raggiunto un nuovo grado di raffinatezza: l’opera pubblica che ti porta disagio e il cui uso ti è peraltro impossibile. Un capolavoro.

Non siamo mai veramente pronti ad accogliere la notizia della scomparsa di una persona vicina. Per quanto questa scomparsa possa essere il frutto di una lunga malattia, per quanto l’evento rappresenti la fine di un lungo percorso di sofferenza, per quanto ci si sforzi, la notizia ci coglie sempre impreparati. La consapevolezza che con la persona che muore se ne va anche un pezzo della nostra vita è troppo amara. Non potremo più vivere assieme a lei le stesse situazioni, non udiremo più il suono della sua voce,  veniamo presi dal timore di dimenticare quell’eredità di sensazioni, abitudini, ricordi che ci legano a lei.  Chissà, forse quello che ci preoccupa è proprio il timore di soffrirne la mancanza, di non riuscire a riempire quel vuoto. 

Scrivo, e scrivendo ricordo, e le parole scritte non possono essere dimenticate.

Mia nonna ha sempre rappresentato per figli e nipoti un riferimento importante. E’ sopravvissuta per tantissimi anni agli altri miei nonni, meno fortunati e longevi di lei. I nostri anziani sono una specie di enciclopedia di un mondo che non esiste più, una finestra su una realtà che sembra preistoria, tanto diversi sono i tempi in cui viviamo oggi. Il mondo contadino, dove non c’era tempo per studiare e fin da piccoli si veniva avviati al lavoro dei campi. Dove ci si coricava su “materassi” riempiti di foglie di pannocchie secche, riscaldati da una borsa dell’acqua calda di ferro, non di plastica. Dove le mosche, le regine della cucina, veniva schiacciate in continuazione dall’apposito attrezzo, meglio noto come scacciamosche, fino a costituire un piccolo tappeto di cadaveri da poi spazzare una volta ogni tanto. Un mondo in cui la polenta era quasi l’unico cibo e il pane una ricchezza rara. Un mondo in cui affrontare 20 km al giorno in bicicletta per raggiungere il luogo di lavoro era normalità, non follia. Un mondo profondamente religioso e in cui le relazioni familiari e sociali erano talmente forti che oggi ci sembrerebbero probabilmente invasive di quella che chiamiamo privacy.

Per una nonna resti sempre un nipote. Non è una ovvietà, resti nipote nel senso che anche quando veleggi verso i 40 anni la nonna ti considera sempre un essere da proteggere, da seguire, da aiutare, da consigliare. Mi scappa un sorriso commosso, ripensando al menu che mia nonna ha continuato ad offrirmi per anni quando mi invitava a pranzo: spaghetti al pomodoro, bistecca, patatine fritte. Il menu che gradirebbe un bambino, semplice e gustoso. L’evoluzione del gusto che tutti compiamo nel corso del tempo in quei momenti non contava. E quel menu mi trasmetteva meglio di tante parole il messaggio di mia nonna: per me sei sempre un bambino da viziare, cui offrire quelle cose che ti piacciono ma che a casa dei tuo genitori non puoi mangiare sempre perché fanno male.

Anche dopo aver cominciato a lavorare stabilmente, la nonna ha sempre messo i soldi da parte per la mancia, ad ogni visita ecco materializzarsi la mancetta che durante l’adolescenza consentiva di pagarsi un cinema, una partita ai videogames in bar, un gelato. Sono cresciuto, ho comprato casa, mi sono sposato, ho affrontato le ingenti spese che tutti affrontano nel costruirsi una vita autonoma, ma la mancetta della nonna non ha mai mancato di aiutarmi.

Come dice con una bella formula un amico che scrive un blog molto più interessante di questo..Addio nonna, ti sia lieve il viaggio.

 

 

carnevale-venezia1Prima di entrare nel vivo dell’argomento di oggi, lasciatemi ringraziare tutti coloro i quali, con immensa bontà, mi leggono. Qualche giorno fa il counter di questo blog ha registrato ben 45 accessi in una unica giornata..se consideriamo che nè mio padre, nè mia madre, nè mia sorella sanno dell’esistenza di questo blog,  allora sono numeri che fanno immensamente piacere. C’è da chiedersi che interesse riscontrerei se ogni tanto scrivessi qualche cosa..invece, come vedete, tra un post e l’altro prendo delle lunghe pause. Mancanza di tempo? No, testa vuota!

Ho aprofittatto di un’ora libera giovedì sera per inoltrarmi nelle calli di Venezia e respirare l’aria carnevalizia. Secondo un trend ormai consolidato, eventi ed attrazioni tendono a concentrarsi in Piazza san Marco, piazza peraltro limitata nella sua superficie dall’allestimento del cantiere dei lavori di consolidamento della base del Campanile.

Ho visto che a differenza degli anni scorsi la Piazza mancava di un palco principale destinato ad ospitare concerti e spettacoli, ma la stessa era stata addobbata con siepi e piante, a simboleggiare la presenza di un “giardino”. All’interno del giardino, una piccola passerella e una piazzetta sono dedicate allo svolgimento di attrazioni su piccola scala.

Mi è sembrato un notevole cambiamento: il più grande carnevale italiano abbandona le trascorse velleità di organizzare eventi importanti e si ritira un una dimensione più piccola, da questo punto di vista la metafora del giardino, così simile all’idea di “orticello” mi è sembrata particolarmente adeguata.

Credo che prima di tutto in questa scelta contino le difficoltà economiche in qui versano i comuni, come quello di Venezia: del resto da anni ormai una grossa fetta della spesa è affrontata dagli sponsor, forse in questo modo si è voluto evitare di pagare i cachet degli artisti più famosi e in qualche modo slegare il carnevale da questa presenza ingombrante, quella dei contributori privati che non possono non seguire una logica di ritorno commerciale. Ho riflettuo anche sul fatto che gran parte dei visitatori che transitano per Venezia sono stranieri: che interesse possono avere nel seguire un artista   italiano di caratura nazionale?  E come possono godere di una rappresentazione teatrale, magari in dialetto veneziano?

Ragionando su questi e altri temi, credo emerga spontanea una considerazione: poco ha a che fare il carnevale con tutta la promozione, anche a livello internazionale, che del carnevale si fa. E servono a qualche cosa gli sforzi per far sì che il carnevale non sia una semplice processione di maschere, visto che una larga fetta dei turisti non hanno nè il tempo nè la voglia, nè la possibilità di viverlo in maniera diversa, più attiva?

Questa trasformazione del Carnevale non è certo in atto dal 2009, ma da lunghissimo tempo. E del resto, anche i  grandi eventi musicali e di spettacolo che si tenevano fino a qualche anno fa probabilmente con la tradizione avevano ben poco a che fare.

Siamo inesorabilmente condannati a vedere poco a poco il Carnevale svuotarsi di quel residuo di partecipazione popolare che un tempo ne era la parte più importante? Credo di sì,  ci sono poche speranze di interrompere questa trasformazione, e il Carnevale continuerà a celebrarsi solo come formidabile occasione per l’industria del turismo di avere un picco di alta stagione a Febbraio, quando altrove invece il flusso di visitatori è minimo.

lapr_15010609_53570Domenica scorsa ho avuto l’opportunità di ascoltare in diretta l’intervento del Presidente del consiglio in occasione della giornata di inaugurazione del Passante di Mestre. Non nella sua interezza, visto che mi ci sono imbattuto ad intervento già iniziato. Ho potuto seguirlo per circa un quarto d’ora, prima che il collegamento venisse troncato per esigenze della rete, Rai news 24.

E’ sempre di grande utilità ascoltare cose di questo tipo direttamente, senza passare attraverso il noioso filtro dei titoli, dei commenti, delle repliche, e delle controrepliche che contraddistinguono i nostri mezzi di informazione.

Per tutto il quarto d’ora che ho sentito, non ho sentito parlare del Passante. Forse l’argomento Passante era stato affrontato prima che il sottoscritto si sintonizzasse, ed il relatore lo riteneva esaurito, cosa  probabile.  Per tutto il tempo in cui sono rimasto sintonizzato, il Presidente del consiglio ha rivendicato la correttezza dell’azione governativa nell’affrontare i problemi del paese, non mancando di bacchettare ogni 2-3 minuti la sinistra, colpevole di non pensarla come il governo, cioè lui.

Esempi come questo danno il senso della piccola statura, morale e politica, dell’uomo che gli italiani hanno scelto per guidare il paese. Credo che nessuno di noi abbia mai sentito un  Presidente degli Stati uniti repubblicano attaccare i democratici mentre si rivolge alla nazione, nè il Primo ministro inglese polemizzare coi conservatori mentre fa un bilancio della propria azione nel corso del mandato elettorale. Non potrebbe che essere così, le campagne elettorali finiscono, chi vince assume responsabilità di governo e obblighi nei confronti della nazione intera, abbandona i panni del competitore politico per assumere quelli dell’uomo di stato. Essere a capo dell’esecutivo offre la possibilità di rivolgersi con maggiore frequenza e autorevolezza ai cittadini, ma questa possibilità è data a quell’uomo in quanto rappresentante le istituzioni, non in quanto esponente della forza politica vincitrice. Correttezza imporrebbe che nessuno approfitti della tribuna che gli viene concessa per mettere in cattiva luce chi le elezioni ha avuto il torto di perderle.

Per il nostro presidente del consiglio non fa nessuna differenza. Tutte le occasioni sono buone.

Che si stia rivolgendo alla nazione a reti unificate per annunciare una importante riforma o si trovi dal palco del meeting dei giovani di Forza Italia, il modo di atteggiarsi è sempre lo stesso. Come una macchinetta musicale a manovella dotata di rullo, eccolo snocciolare i meriti del governo e i demeriti degli altri. Ci si chiede se abbia nello staff, come ogni politico di caratura nazionale, un collaboratore addetto alla scrittura dei discorsi o se possa bastare una macchina fotocopiatrice.

Nel tendone di Mogliano, una numerosa pletora di dipendenti diretti del Padrone  (ministri e deputati) approvava entusiasticamente, e interrompeva l’intervento con numerosi applausi, sottolineando proprio i passaggi più polemici, quelli che il Premier di un altro paese non si sognerebbe mai di fare.

razzisti-e-imbecilliOgni tanto, periodicamente, torna all’ordine del giorno la cosiddetta “emergenza sicurezza”. E’ una fantomatica emergenza buona per tutte le occasioni, da far valere quando più fa comodo, quando occorre distrarre l’opinione pubblica da altre questioni, quando il giornale va riempito senza poter parlare di altre questioni, più urgenti e che ci toccano veramente tutti da vicino. Chiariamo, non  nego che possa esserci un oggettivo rischio in talune situazioni per un cittadino, specie se donna, che si trovasse a frequentare in perfetta solitudine le nostre città nelle ore serali. Ho 37 anni, e non ricordo un periodo della mia vita in cui si considerasse questa una attività esente da rischi, sicchè ne deduco che se di emergenza si tratta, è quantomeno piuttosto datata. Eppure di tanto in tanto viene sbandierata come vera e propria questione nazionale. Va da sè che questo grossi rischi siano connessi alla presenza di stranieri nelle nostre città,  è questo il messaggio che viene fatto passare direttamente o indirettamente. Sicchè dall’emergenza sicurezza si passa all’emergenza presenza straniera, utile a far capire che non ci sono responsabilità in questo che non siano da far risalire a questi stranieri, brutti e cattivi.

In un sol colpo la propaganda così orchestrata è utile per un duplice scopo: innanzitutto de-responsabilizzare chi avrebbe il compito di impedire il compimento di reati sul territorio, secondariamente garantire il consenso a quelle forze partitiche che si pronunciano costantemente contro la presenza straniera a a favore della protezione del cittadino. Rimane un mistero per me come possa accadere che continui a godere di ottimo seguito chi con più accanimento si scaglia contro questi sordidi stranieri. Visto che poi l’emergenza-sicurezza-stranieri si ripresenterà con periodicità mensile,si tratta evidentemente di un problema che questi paladini della nostra salvezza non sono mai riusciti a risolvere. Per recuperare i temi sviluppati in un vecchio articolo di questo blog, credo abbiano la stessa credibilità dei più ferventi sostenitori della famiglia, mentre attorno a loro milioni di coppie rinunciano a fare figli perchè significherebbe entrare nella povertà. 

Ecco un problema ancora più datato della nostra sicurezza in pericolo: nessuno in questo paese che appartenga al potere verrà mai costretto a dar conto di come abbia tradotto in azioni positive i propositi usciti dalle sue labbra. Che sia questa la vera emergenza nazionale?

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