
Mi capita sempre più spesso di pensare a come ormai siamo abituato a “conoscere” la realtà attraverso l’intermediazione degli strumenti più svariati. e come questo sia al tempo stesso una grande opportunità ed un grande limite. Per fare un esempio, sono innumerevoli le situazioni che conosciamo grazie ai mezzi di comunicazione di massa. Al tempo stesso, le conosciamo superficialmente, niente di quello che accade è più ingrado di emozionarci se filtrato attraverso i consueti canali informativi. Se, per fare un esempio, scoppia una bomba in una città lontana noi lo sappiamo grazie al telegiornale. Ma la notizia non ci affligge, non ci sconvolge, passa attraverso la nostra mente come passarebbe l’annuncio dell’inizio delle vacanze estive, o dell’uscita dell’ultimo disco di chissà quale musicista.
In realtà questo meccanismo non è per nulla nuovo, non è iniziato con l’introduzione di giornali, radio e televisioni. Penso ad esempio allo studio della storia: studiate sui banchi di scuola, anche le più immani tragedie paiono delle favolette, appartenenti ad un passato troppo lontano per inquietarci. Occorre avere l’opportunità di approfondire la conoscenza con gli eventi, per ricominciare a provare qualche emozione.
E’ quello che mi è accaduto domenica scorsa con il viaggio a Caporetto organizzato dalla nostra associazione. In quella vallata si è assistito alla più grande sconfitta di un esercito composto da italiani, nel corso della Grande Guerra. Ricordo con esattezza che sui libri che ho studiato da ragazzo si parlava genericamente di grave disfatta, poi riscattata dall’”eroismo” della successiva resistenza sul Piave. Tutto, su quei libri sembrava asettico, indolore. La giornata trascorsa tra le montagne ci ha fatto capire cosa ha voluto dire quel conflitto: ha voluto dire centinaia di migliaia di ragazzi morti. Come si può concepire anche solo l’idea di veder partire verso una morte quasi certa ragazzi di diciotto, diciannove anni? Se pensate ai ragazzi appena maggiorenni che sfrecciano sui loro scooter nelle nostre strade, che passano la giornata nei modo che conosciamo, ci sembra impossibile pensare che loro coetanei potesse stare lì dove la vita di un essere umano era appesa ad un filo. Dove si dormiva per messi in grotte fredde e umide, soffrendo per 5 mesi all’anno un inverno rigidissimo, nevoso con equipaggiamente insufficienti.
L’esperienza è stata utile anche per capire meglio quanto può esserci di propaganda , di negazione delle realtà anche in un paese apparentemente democratico come il nostro. Tramandare l’idea di una resistenza “eroica” aiuta a costruire un epos della guerra, alimentarne il mito per uccidere, dopo le persone, anche le voci di dissenso. Le parole sono importanti: se dovessimo chiamare le cose col loro giusto nome, come dovremmo definire governi che hanno permesso che tutto ciò accadesse? Che posto assegnare nella storia a statisti che hanno considerato la guerra, in assenza di aggressione, come una opzione possibile, auspicabile, infine necessaria?