Mi è giunta ieri notizia che un comico (Panariello) ha inciso una canzone di stampo satirico. Nel cantarla imita la voce di Renato Zero, già interpretato da Panariello in occasione dei suoi show. Il testo della canzone è in qualche modo ispirata al mondo dei co.co.co., e più in generale a quello del lavoro precario.
Ecco nuovamente una questione molto seria, dai connotati spesso tragici, che viene fatta propria dallo show business che la banalizza, la svuota di significato. Sul mondo del precariato è ormai un fiorire di libri, film, saggi, adesso anche canzonette. Non si può dire che non se ne parli. Adesso però viene spontaneo il sospetto che possa essere diventato un tema da cavalcare, utile a “vendere”. Una spennellata di consapevolezza sociale a rendere più interessante i soliti prodotti del solito mercato.
Quarant’anni fa mettere in versi delle questioni sociali di larga portata era quasi rivoluzionario, poteva esporre l’artista anche a rischi di ghettizzazione da un lato, dall’altro poteva ergerlo a capofila di movimenti di opinione. Oggi il precario ci serve solo ad avere una canzonetta in più da fischiettare.
Ad anni di distanza dal ballo del qua qua, quest’estate potremmo buttarci in pista al ritmo del co.co.co.