Scorrono sui telegiornali nazionali le immagini del referendum costituzionale-farsa birmano: il regime, secondo uno schema piuttosto ricorrente in situazioni analoghe, cerca la via meno rischiosa alla propria legittimazione “democratica”. L’indizione di elezioni, da sempre sinonimo di processo democratico, ma con l’accorgimento di scongiurare (più con le cattive che con le buone) la possibilità che il risultato sia quello sgradito. Si parla infatti della minaccia del carcere che pesava su chi si fosse pronunciato come contrario alla riforma costituzionale oggetto del referendum.
Altre immagini che della farsa hanno solo l’accorgimento della rappresentazione, ma non divertono come una buona farsa dovrebbe fare: militari, alti gradi della giunta militare che stritola il paese che distribuiscono aiuti ad una folla festante e riconoscente, per dare sollievo alle difficoltà che vivono dopo l’uragano della settimana scorsa.
Il commento del giornalista è improntato all’amara ironia: sottolinea come debba trattarsi di rappresentazioni di una realtà totalmente inventata, allo scopo di propaganda.
Mi viene spontaneo un sorriso amaro: chissà quante volte all’interno dello stesso telegiornale in cui il giornalista lavora sono state mostrate immagini, dato risalto a servizi, suggerita una visione della realtà allo scopo di compiacere il politico, il ministro di turno. Che la birmania sia una dittatura lo possiamo dire ovunque, che l’Italia sia una democrazia limitata, spogliata, delegata, ce lo possiamo raccontare solo tra di noi.