Qualche giorno fa sono andato a visitare Forte Poerio, l’area militare dismessa tra Oriago e Gambarare che il comune di Mira ha acquistato dal demanio militare e che sta riconvertendo ad area verde. L’area ospita adesso alcune panchine, tavoli e dei giochi per bambini. Visitando la struttura, ho incontrato un simpatico signore che stava accompagnando la nipotina per i viali del Forte. Dopo averla fatta giocare, la stava portando a vedere il Forte stesso, ed è stato lì che le nostre strade si sono incontrate e abbiamo iniziato a chiaccherare. Il signore era molto prodigo di dettagli su cosa ci fosse dentro il Forte un tempo, che lui da piccolo aveva visto ancora funzionante. Con un occhio guardava me, con l’altro seguiva i movimenti della nipotina, attento a che non si facesse male nel muoversi tra l’ebra un po’ alta e il terreno irregolare.
L’atmosfera paciosa del nostro incontro si è però spezzata, quando il signore mi ha informato del fatto che prima di essere destinato ad area verde, vi era l’intenzione di ospitare nell’area gli “extracomunitari”. Apriti cielo! La prospettiva sarebbe stata terrificante, detti “extracomunitari” avrebbero di sicuro devastato dopo pochi giorni di permanenza l’area e reso invivibile la vita delle famiglie vicine. Ragionavamo di tutto ciò peraltro davanti alla porta principale del forte, la cui inferriata protettiva era già stata divelta da ignoti, probabilmente “comunitari” qualche tempo prima.
Conoscendo io a grandi linee il progetto che il signore vedeva come fumo negli occhi mi sono messo a riflettere: quanto è grande la paura, la distanza tra noi che ci consideriamo cittadini tranquilli e questi “extracomunitari”? E’ possibile che non ci sia modo possibile per superarla?
Il progetto in realtà prevedeva ospitalità per un numero piuttosto limitato di immigrati dotati di regolare permesso di soggiorno, ovviamente, costituendo un alloggio temporaneo per un tempo massimo di tre mesi. Avrebbe rappresentato un tentativo di risposta ad un problema drammatico, di cui non si parla mai solo perchè non ci riguarda in quanto italiani: le difficoltà enormi che ha un immigrato, lavoratore, che può pagare un affitto, a trovare alloggio. Si sarebbe trattato di un atto di umanità, in un oceano di diffidenza, talvolta odio che viviamo quotidianamente.
Non se n’è fatto nulla, come molti di voi sanno e come è ovvio nel vedere la destinazione finale di Forte Poerio: il sollevarsi di alcune forze politiche in consiglio comunale, la creazione di comitati cittadini fortamente ostili hanno fatto naufragare il progetto.
Comitati cittadini in cui, magari, avrà partecipato il signore che ho incontrato, così affettuso verso la nipotina (ovviamente e giustamente) e così ostile verso persone che non conosceva e che non conoscerà.

Slogan come questo ne possiamo leggere a bizzeffe sui manifesti elettorali che invadono le nostre strade in questo periodo di campagna elettorale per le elezionie europee. L’impegno è solennemente preso, da tutte le liste che si candidano ad esprimere un numero più o meno ampio di deputati da mandare a Strasburgo.
Tra le innumerevoli opportunità che internet offre, c’è quella di entrare in contatto più facilmente con persone con cui condividiamo un interesse, una passione. E’ quello che mi è capitato pochi giorni fa quando ho conosciuto Betto Balon, nome d’arte sotto il quale si cela un ragazzo veneziano appassionato di musica e abile suonatore di chitarra. Ma qual’è questa grande passione che condividiamo? Quella per Georges Brassens. Per chi non lo sapesse, Georges Brassens è l’espressione più alta dell’arte di cantastorie francese, maestro di poesia e di melodia, ispiratore di tantissimi altri artisti, non da ultimo il nostro Fabrizio De André. E difatti alcune delle più celebri composizioni del De andrè seconda maniera (considerando come prima la sua fase melodica più tradizionale, la terza quella “etnica”) non sono altro che brani di Brassens tradotti in italiano. Tradotti ovviamente in modo non banale, rispettandone la musicalità, la rima, il significato. Brassens e De André hanno condiviso una visione anarchica del mondo, lontana dalle convenienze, solitaria e originale. In molti, in Italia, si sono cimentati con i brani del maestro francese originario di Sète, citta di laguna nel sud dell’esagono. Anni fa anche io tradussi un suo brano, e immaginate la sorpresa nel vedere che c’era chi, sul famoso sito di video youtube, aveva già caricato numerose performance di brani tradotti non in italiano, ma nella lingua viva che io e Betto condividiamo, il veneziano.
Non è più così lontana la data del cosiddetto election-day di Giugno, quella che vedrà celebrarsi assieme le elezioni per il Parlamento europeo, quelle di molti consigli provinciali e quelle di alcuni comuni. Non mi soffermerò sulla questione che ha tenuto banco per alcune settimane, quella dell’opportunità di accorpare in una unica giornata di consultazione queste elezioni con i referendum su cui presto ci pronunceremo. Il fatto che non siano state accorpate, sprecando in questo modo una preziosa occasione di risparmio, si commenta da sè. La crisi economica si abbatte su milioni di famiglie più o meno direttamente, il terremoto in Abruzzo ha creato, oltre ai lutti, il bisogno di grossi investimenti di denaro pubblico, eppure per alcuni miserevoli calcoli di convenienza partitica la giornata di voto non sarà unica. Se ci fosse stato bisogno di una conferma in merito al fatto che l’azione dei partiti tutto fa tranne che perseguire il pubblico interesse, eccocela servita su di un piatto d’argento.
Ci sono molti film che raccontano storie dei protagonisti della musica. La musica è tra i maggiori veicoli delle nostre emozioni, nel corso dei secoli è diventata l’espressione della creatività umana più vicina alle persone. Le generazioni più giovani seguono la musica molto di più delle altre forme espressive ed artistiche, ed è quindi normale che le vite dei grandi protagonisti della musica diventino storie da raccontare. Credo ci sia spesso il pericolo di “romanzare” anche vite che di particolarmente appassionante magari non avrebbero molto. Spesso i fan degli artisti fanno fatica ad accettare che il loro idolo sia anche una persona come tutte le altre, che non abbia molto altro da dire che non sia la sua musica. Dai grandi musicisti ci si attende che abbiano o abbiano avuto opinioni più intelligenti o originali degli altri sui più svariati argomenti e che la loro vita sia stata una lunga (o più breve) fantastica avventura.
Sono riuscito oggi, dopo averlo cercato invano per anni, a vedere il primo film di Nanni Moretti, Io sono un autarchico. Dove non era mai riuscito ad arrivare il videoregistratore (ovviamente per riuscire a registrare questo film occorreva programmare l’apparecchio per le tre di notte, sperando che il film iniziasse con un ritardo non superiore alla mezz’ora) ha potuto finalmente internet.