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L’altro giorno stavo guardando in streaming il telegiornale dell’emittente statale francese France 2. Tra i servizi mandati in onda, uno riguardante la materia degli alloggi popolari. In Francia esiste una legge per la quale ogni comune ha l’obbligo di destinare almeno il 20 % delle lottizzazioni all’edilizia popolare. Il servizio descriveva una situazione variegata, con la maggioranza dei sindaci rispettosa dei limiti importi dalla legge e con una minoranza che non destinava quanto dovuto all’ediliza popolare, spesso lamentando la carenza di terreni edificabili adeguati.

L’acronimo di questo post è quello usato in francia per identificare gli alloggi popolari e sta per Habitation à loyer moderé. Non occorre sottolineare come il fatto di avere una percentuale di alloggi popolari così alta, almeno per gli standard italiani, fà si che ci sia una relativa facilità di ottenimento a tali alloggi, o quantomeno vi si può accedere anche se non si è proprio in condizioni di difficoltà quotidiana di sussistenza.

In italia la quantità di alloggi popolari è talmente bassa da rappresentare uno degli aspetti della negazione del diritto alla casa. Anzichè favorire la possibilità per tutti per avere una casa, anche per chi non ci riesce con le proprie forze, nel nostro paese si favoriscono da decenni le operazioni immobiliari a basso tasso di qualità ed alto di redditività per i costruttori.  E’ scandaloso che si sia permesso tutto questo, e che oggi il possesso o l’affitto di una casa sia diventato uno dei fattori che scoraggiano i giovani ad uscire, a sottrarsi alla tutela dei genitori per costruire una vita propria.

Tre post fa, questo blog ha parlato di famiglia, e di soprattutto di quanto la difesa della famiglia venga evocata in modo strumentale e inappropiato da chi, con scelte consapevoli, ha consentito che quella famiglia tanto evocata diventasse in realtà una istituzione moribonda. Moribonda perchè le famiglie, nelle società che funzionano, si evolvono, cambiano, proteggono fintantochè chi vi cresce non ha le forze per costruirne una di propria.

Emerge in tutta la sua assurdità la sortita infelice di quel ministro, ora non più tale, che bollò i giovani di immaturità. Quei pochi che riescono nel progetto di aquistare una casa, sanno per 10-20 anni della loro vita un prestito della banca li costringerà a dibattersi tra perenni difficoltà, e a considerare la nascita di un figlio come un lusso o peggio, un flagello.

Ma il tono della sortita di quel ministro aveva fatto capire quale fosse il grado di consapevolezza di tutto questo nel personale politico nazionale. E aveva fatto capire a che punto si fosse nell’individuazione dei responsabili.

Il valore fondante

Metto in fila alcune delle notizie delle ultime settimane, capirete presto che cosa le leghi l’una all’altra.

Dunque, qualche tempo fa nel DPEF, il documento di programmazione economica e finanziaria, il governo ha indicato nell’1.7 per cento il tasso di inflazione programmata per il 2009. E’ un dato importante perche sarà il dato di riferimento per calcolare gli importi per il rinnovo dei contratti di lavoro in scadenza, anzi, nella maggior parte dei casi già scaduti.

Pochi giorni dopo, il governatore della banca centrale europea, ha lanciato l’allarme per il forte aumento dell’inflazione nell’area euro previsto per il prossimi mesi, di molto superiore ad un tasso del 3 per cento. Situazione che porterà inevitabilmente ad un aumento del costo del denaro, il cui livello viene stabilito dalla BCE stessa. Ci si aspetta una nuova ripercussione pesante su prestiti e mutui.

Negli stessi giorni ho letto sul giornale gli estratti delle dichiarazioni dei redditti dei medici veterinari della provincia di venezia. Su circa 30 medici, solo 3 dichiaravano un reddito che consentirebbe di poter avere una famiglia e una casa, sia pur in mezzo a mille stenti e difficoltà. Gli altri, visto il livello degli introiti, credo vivano ancora a casa nella casa dei genitori, o siano costretti ad arrotondare con un lavoro serale in pizzeria, se vogliono guadagnarsi di che vivere.

C’è oramai una consapevolezza diffusa del fatto che le difficoltà economiche, spesso nuove, in cui molti versano non siano più il futto di una situazione contingente, ma strutturali. E strutturali perchè i grandi meccanismi della diseguaglianza sociale ormai non dividono più solo il nord dal sud del mondo, ma sono entrati sempre più fortemente anche nella nostra “ricca” società. Chi ha il potere di influenzare i processi in atto con le sue decisioni è ben lontano dal voler in alcun modo porvi rimedio: è proprio questo status quo che ha consentito loro di affermarsi.

L’aggravarsi della situazione non porta, salvo rare e virtuose eccezioni, a forme di solidarietà tra chi ne è colpito. Chi può, vi si sottrae con i mezzi che ha a disposizione. In questo nulla è cambiato rispetto ad un tempo, forse anni fa il discreto livello di benessere generale ci faceva essere meno colpiti dalle grandi disparità di questo paese. Non è un caso che l’impoverimento, la crisi, si faccia sentire maggiormente in Italia che altrove: è un paese che trova suo fondamento proprio sui meccanismi della diseguaglianza e sulla fitta rete di protezione di cui questa diseguaglianza beneficia. L’obiettivo di tutti ( o quasi), nella politica  ma anche nella società civile, non è quello di abbatterla, ma di entrare nella sfera dei fortunati, di chi ce l’ha fatta, di chi riesce a scaricare sugli altri il peso dei suoi vantaggi.

Il sabato mattina

  • Il travestimento è durato poco, forse meno di quanto sarebbe stato lecito attendersi. Diciamoci la verità, che Berlusconi fosse diventato tutto ad una tratto più preoccupato di dare un indirizzo alla propria azione governativa che delle proprie magagne personali sembrava un po’ sospetto.

Che la sua attività fosse diventata quella di cercare intese con l’opposizione e con le parti sociali anzichè quella, quasi quotidiana, di gettare fango sui propri “avversari” (se un magistrato nell’esercizio delle sue funzioni possa essere definito così) era poco credibile.

Ed infatti la maschera è stata finalmente gettata, anche in anticipo rispetto a quello che pensavo. Del tutto calcolata la mossa di accreditarsi, durante la campagna elettorale, come un uomo di stato concentrato sulle questioni che affliggono il paese. Mossa strategica e sufficiente a farlo trionfare, in una nazione sa sempre ben disposta a perdonargli qualche “eccesso” e, forse, a comprenderlo e a giustificarlo se nella sua azione politica spesso è l’interesse personale a pesare maggiormente. Non saremmo così anche noi, se potessimo influenzare gli eventi a nostro vantaggio? E’ la domanda retorica che molti di noi si pongono e cui rispondono positivamente.

Nel bel paese plasmato a sua immagine e somiglianza si è ricominciato, una volta di più, a discutere su quello che ha detto Berlusconi, ad applaudire quello che ha detto Berlusconi, a scandalizzarsi per quello che ha detto Berlusconi. La strategia di distoglimento dell’attenzione dalle grandi questioni economiche e sociali è ricominciata.

 

Famiglia

E’ morto Mario Rigoni Stern. Tra tante notizie inutili, dannose e ridondanti, quella della sua scomparsa mi è sembrata una delle poche che meritasse di essere definita un evento. Non mi soffermerò a parlare del personaggio, molti meglio di me lo hanno fatto in queste ore e non potrei aggungere nulla di più intelligente.

No, in questa sede mi interessa parlare della intervista telefonica che lo scrittore Mauro Corona ha rilasciato a Radio Capital e che ho ascoltato sul sito di Repubblica. Durante l’intervista Corona ha affermato che la morte di Rigoni Stern lo ha addolorato molto di più della morte del padre. Il padre lo aveva solamente riempito di botte, Rigorni Stern gli aveva dato molto per la sua formazione di uomo e scrittore. Per la mosrte del padre non aveva sofferto, per quella di Rigoni Stern stava soffrendo intensamente.

Le parole di Corona, specie in un paese come il nostro, suonano blasfeme. Ed infatti anche io non sono riuscito a non sorprendermene. La figura del genitore rappresenta comunque un punto di riferimento, la tua origine, il posto da dove vieni e, in parte almeno, quello che sei.

Eppure, mi viene spontanea una riflessione, partendo da questo, sul  concetto di “famiglia”. Non si contano, nella politica e nella società, le prese di posizione a favore della famiglia, che sarebbe minacciata dalle dinamiche sociali dell’oggi. Il valore della famiglia, la protezione della famiglia che dà e la protezione che deve ricevere. Le famiglie spesso sono considerate il riparo all’incertezza dei tempi, alla precarietà dell’impiego, all’abbandono della terza età.

In tutto questo appellarsi alla famiglia, ho sempre pensato, c’è molto di strumentale e un grande fattore di arretratezza. Strumentale appoggiarsi alla difesa della famiglia per difendere interessi di bottega e per procacciarsi voti. Arretratezza perchè un paese che ha bisogno della famiglia per proteggere i soggetti più deboli è un paese che non ha saputo costruire istituti sociali pubblici in grado di aiutare tutti, anche  a favore di chi la famiglia  non ce l’ha o non vuole esserne il peso per anni.

Passato il primo momento di sorpresa, ho apprezzato l’argomentazione di Corona: perchè fingere di ricordare con affetto chi non ti ha trattato con affetto, per il solo fatto di rappresentare l’”istituzione” di base?

La maggioranza

Sono passati circa due mesi dall’insediamento del Governo Berlusconi, e se non è possibile esprime giudizi definitivi, si può tentare di commentarne i primi passi, almeno dal punto di vista della comunicazione.

Sembra che ci sia una regia in questo governo  che spinge ogni suo esponente, a turno, a lanciarsi in proclami di pulizia, intervento radicale, spezzando l’andazzo lassista e permissivista del governo precedente.

Si annuncia l’introduzione del reato di clandestinità, si presentano pacchetti sulla sicurezza, si dichiara guerra agli assenteisti e fannulloni del pubbligo impiego, si mobilita l’esercito per riportare sicurezza nelle città invase da delinquenti.

Di volta in volta, il governo sembra voler rassicurare quella larga fetta di opinione pubblica che lo sostiene, dandole le risposte  persone di cui ha bisogno. Del resto, tutti (o quasi) siamo confortati da comodi luoghi comuni in qui la nostra mente ama rifugiarsi. Quelli maggiormente diffusi sono proprio quelli che scandiscono l’agenda di chi ci governa: il clandestino è di fatto un delinquente; le nostre città sono ormai invivibili; negli uffici pubblici non fanno nulla dal mattino alla sera; l’unico modo per debellare la delinquenza è quello di intervenire pesantemente mettendoli in galera tutti.

La politica da tempo si è ridotta ad uno sconfortante snocciolare di proclami facili da capire e rassicuranti: se gli esponenti politici hanno grosse responsabilità in questo, non va negato il coivolgimento degli organi di informazione, consapevoli che le dichiarazioni roboanti aiutano a vendere il giornale molto di più di un ragionamento complesso. Difficilmente chi si lancia in dichiarazioni di ogni tipo verrà posto di fronte allle prevedibili conseguenze di quanto va affermando: nessuno chiederebbe a chi invoca il reato di clandestinità come dovrebbe riorganizzarsi il sistema carcerario dovendo accogliere nuove migliaia di “ospiti”. Guai a chiedere al ministro della funzione pubblica se  ritiene che in italia, oltre agli impiegati pubblici, esistano categorie professionali altrettanto improduttive e parassitarie e cosa voglia fare contro di queste il governo cui appartiene. Sarebbe, infine, assai scortese chiedere al ministro competente come si armonizzerà la presenza nelle strade di esercito e polizia. O meglio, qualcuno magari l’avrà chiesto, ma a chi interroga il potere è consentita una sola domanda (in quei pochi casi in cui questo ancora avviene) e non certo le controdeduzioni sulla risposta.

Di solito queste sortite portano ad un immediato ritorno di popolarità. Su questo, è inutile negarlo, il governo attuale gode di grandi vanataggi, sia per il fatto di esserci, al potere, sia per una migliore predisposizione ad interpretare nel suo agire le pulsioni più immediate, più naturali delle persone.

Mi sono spesso interrogato su questi temi, e sono quasi giunto alla rassegnazione: come potrebbe mai essere maggioranzanza in questo paese chi pensa che pagare le tasse è doveroso ed aiuta a colmare le disparità sociali? Come poter far sì che siano sempre di più quelli che vedono nelle differenze culturali un arricchimento e non una minaccia?

Non sto parlando di semplici competizioni elettorali e rapporti di forza tra partiti politici. No, parlo soprattuto di cultura: la cultura che dice che ognuno deve contribuire al progresso di un paese in ragione delle sue possibilità; la cultura dell’offrire allo straniero prima di tutto una accoglienza da essere umano. La cultura del rispetto dell’individuo, sia esso povero o ricco, cattolico o laico, indigeno o straniero. Perchè questa cultura sembra costretta, inesorabilmente ad appartenere a pochi? Perchè in una regione come il veneto, che sembrava avere una solida tradizione cattolica, i valori cristiani della solidarietà sembrano non solo morti, ma sepolti sotto metri di terra?

Non esiste mezzo di trasporto che mi dià la stessa sensazione di libertà e di leggerezza che mi regala la bicicletta. Anche nelle ore più calde la bici di regala un piacevolissimo venticello rinfrescante, ti consente di non perdere alcun dettaglio del paesaggio in cui ti muovi, non ti nega gli odori e i suoni della terra, ti permette di fermarti in qualsiasi momento  e al tempo stesso di percorrere molto più spazio rispetto al camminare.

Domenica scorsa l’associazione “Gli amici di Marano” ha organizzato un’escursione ciclisitica guidata da vicenza a Bassano, con bici prese a nolo alla città di partenza e restituite all’arrivo.

Le piogge dei giorni precedenti ci hanno regalato una giornata limpida e fresca, le colline di Marostica chilometro dopo chilomerto si sono “avvicinate” e mostrate nella loro bellezza, accompagnandoci nella fase finale del percorso. La guida ci ha consentito di percorrere stradine isolate nel bel mezzo della campagna, non semplici piste ciclabili a ridosso di quelle frequentate dalle automobili, che spesso sono talmente ridotte a pezzi da essere quasi più pericolose di queste ultime. Certo, viene l’amaro in bocca a pensare che il voler usare la bici significa per l’appunto effettuare un percorso a nascondersi, tutte le vie di comunicazione più diretta essendo a beneficio delle automobili.

Consiglio a chiunque di partecipare a giornate di questo tipo! Le immagini dei colori della campagna sono ancora presenti nella mia memoria. A corredo di questo post, comunque, eccone una piccolissima selezione.

Martedì sera alla Scuola Grande di S.Giovanni Evangelista  a Venezia abbiamo assistito alla proiezione del documentario “Il macellaio di Phnom Penh”, un documento di grande impatto emotivo sul massacro che il governo dei Khmer rossi perpetrò ai danni della popolazione civile cambogiana negli anni che andarono dalla loro salita al potere (1975) fino all’invasione dell’esercito vietnamita e alla deposizione del dittatore Pol Pot, nel 1979. La distruzione di ogni forma di opposizione passò per lo sterminio di migliaia di persone (si stima che ne perirono oltre un milione) senza che questo avesse nessuna giustificazione. Non occorreva essere avversari politici, nè tantomeno aver tramato contro la rivoluzione: gli innocenti  che vennero trucidati avevano spesso l’unica colpa di aver studiato o aver avuto un lavoro intellettuale, di essere parenti o amici di questi ultimi, o i loro figli. Si moriva per aver disobbedito ad un ordine, per non aver  lavorato abbastanza in una giornata presso il campo di prigionìa, per un capriccio del carceriere, per non aver risposto ad un interrogatorio o, più spesso, per aver confessato in seguito alle torture più atroci azioni in realtà mai commesse.

C’è stato il racconto di una superstite che ancora oggi, a giorni di distanza, non smette di tormentarmi. La sua testimonianza narrava di una bambina di 8 anni ferita a morte a colpi di zappa per aver osato mangiare un’arancia. Aveva trasgredito, in questo modo, alla prescrizione assoluta secondo la quale l’”uomo nuovo” cambogiano che i rivoluzionari khmer volevano plasmare per vivere avrebbe dovuto accontentarsi di mangiare un pugno di riso al giorno. Incapace di dare la morte a colpi di zappa, la donna che si era incaricata di punire la bambina la soffocò seppellendola ancora viva.

Il documentario è incentrato sulla figura di un carceriere piuttosto giovane all’epoca , che oggi è in attesa di giudizio presso il tribunale internazionale che si sta occupando dei crimini di quel regime. Il torturatore è una figura di uomo assolutamente normale, che si potrebbe incontrare ad ogni angolo di strada. Prima e dopo il regime aveva esercitato la professione di insegnante. Nell’intervistarlo, il regista del documentario, l’italiano Mario Zanot (presente alla serata) lo interroga ovviamente sul perchè di tanta ferocia. La risposta è quella che diedero tanti gerarchi nazisti dopo la seconda guerra mondiale: mi limitavo ad eseguire ordini impartiti dai miei superiori.

Un passo dell’intervista è stato giustamente sottolineato da Angela Terzani, anche lei presente alla proiezione: alla domanda se avesse ucciso anche bambini, dapprima il torturatore nega seccamente. Ma quando la domanda viene ulteriormente precisata, chiedendogli se avesse ucciso bambini che gli erano stati mandati presso la prigione/casa di interrogatorio e sterminio presso cui lavorava allora risponde di sì. Aveva risposto negativamente alla prima domanda avendo pensato che riguardasse “bambini in generale”.

Credo stia tutta qui la “normalità” dell’essere carnefici: la situazione può farti ritenere sollevato dalla tua responsabilità, se fai una cosa atroce perchè è semplicemente il tuo dovere, non devi fare i conti con la tua coscienza. 

Chiudo con una ultima considerazione: i Khmer rossi per costruire la loro base di consenso aprofittarono un sentimento di odio diffuso nella campagne cambogiane contro gli americani, colpevoli di aver bombardato e distrutto numerosi villaggi durante la guerra in Vietnam. Pol Pot è stato universalmente riconosciuto come un dittatore tra i più sanguinari che la storia annoveri: la stessa fama però non ha colpito chi, tra i politici americani, decise il coivolgimento della Cambogia nelle azioni di guerra, creando così quell’humus in cui i disegni di Pol Pot poterono prendere il sopravvento. Una volta di più, siamo autorizzati a pensare tutto il male possibile solo nei confronti di chi ha avuto il torto di essere sconfitto.

P.S.: avrei voluto inserire l’immagine di un dipinto che Vann Nath, artista cambogiano, ha realizzato avente a tema le torture che lui stesso subì durante la dittatura nella prigione di Tuol Sleng. L’operazione non mi riesce, ma potete vederne qualcuna presso il seguente indirizzo www.scoop.co.nz/stories/HL0603/S00405.htm 

Il pittore è uno dei SETTE sopravvissuti tra coloro i quali entrarono in quella prigione. Si calcola vi trovarono la morte circa 16.000 persone.

Chi ha l’opportunità, come il sottoscritto, di passare per la stazione ferroviaria di Mestre penso possa condividere il mio pensiero: è un luogo brutto e misero. I sottopassi odorano di orina e sono stati completamente ricoperti da scritte con ogni tipo di pennarello. Le banchine di attesa del treno sono sporche di escrementi di uccelli, la sala d’attesa vecchia di decenni lasciata in balia di utilizzatori poco rispettosi, come lo sono del resto tutti gli ambienti della stazione. Tutto intorno, muri ammuffiti e scrostati, pavimenti su cui macchie di chissà quale origine restano per giornate intere…potrei continuare ancora.

Mestre è  tra i maggiormente importanti nodi ferroviari del nord-est, forse il più importante assieme a Padova. Da Mestre hanno origine  linee che portano a Milano, Roma e , dall’altro versante, rappresenta un punto di passaggio obbligato per raggiungere il Friuli e l’Austria. E’ una delle “cose” di Venezia che il visitatore, spesso straniero, nota per prime se vuole raggiungere la città via terra. Paradossalmente, trovo che sia giusto così. Se viaggiare, come dicevo nel post precedente, significa fare anche un tentativo di interpretare la natura di un luogo, la stazione di Mestre te ne dà un’opportunità preziosa. E’ un luogo in cui si fondono mirabilmente la maleducazione di chi la frequenta e l’incapacità dei pubblici poteri di risolvere una situazione come quella. Dà l’occasione di capire quale sia, nell’animo della gente, la considerazione di quello che è a portata di tutti. Per il fatto di essere di tutti e di nessuno, la res publica perde di valore, può essere tranquillamente sporcata, oltraggiata. E l’indignazione che proviamo nel vederla in quello stato, difficilmente supera l’attimo del nostro sguardo che incrocia il mozzicone a terra o del nostro naso che intercetta la zaffata di orina proveniente dalla scala.

Mestra fa parte del network Grandi Stazioni, nato 10 (!) anni fa con il compito di riqualificare la struttura e l’offerta di servizi delle maggiori stazioni ferroviarie italiane. La stazione di Padova, il cui recupero e miglioramento è sotto gli occhi di tutti, non ne fa parte. Sorgono seri dubbi sull’effettivo vantaggio, per Mestre, di essere considerata un obiettivo strategico.

Il grande drammaturgo inglese con tutta probabilità non ha mai messo piede a Venezia. Di più, sembra che non si sia mai allontanato dal ristretto perimetro comprendente la distanza che corre tra Londra e la città di Stratford, dove naque e dove morì. Eppure ha saputo ambientare le proprie opere nei luoghi più diversi, dalla Danimarca alla Scozia per finire alla bassa padovana e, ovviamente, a Verona e Venezia. Non fu un inventore di storie, attinse a piene mani da scrittori che lo avevano preceduto, ambientando le proprie opere in un passato ancora piuttosto recente rispetto all’epoca in cui visse. Non inventò storie, ma quelle storie le seppe raccontare come nessun altro.

Fu tale la sua capacità di “conoscere” luoghi mai visitati se non attraverso la lettura che si stenta a credere che non li abbia visti di persona. Ha omaggiato Venezia ambientadovi due delle sue opere immortali: Otello e Il Mercante di Venezia. Il titolo del post è anche il titolo di un libro, scritto a quattro mani da Alberto Toso Fei e Shaul Bassi presentato poche sere fa a Mira. Partendo dalla suggestione di una “impossibile” visita di Shakespeare a Venezia, il libro racconta la Venezia di Shakespeare, immaginando quali sarebbero state le sensazioni che il grande narratore avrebbe provato se solo avesse potuto percorrere le sue calli.

Ma perchè un tale omaggio a Venezia da parte sua? Facile, nel 1500 era semplicemente il centro del mondo occidentale, una potenza politica ed economica di prima grandezza. La Londra del tempo era ancora alla periferia dell’ordine europeo, per cui chi abitava a Londra guardava a Venezia come all’esempio più luminoso di civiltà, una città dove potevi incontrare persone di ogni provenienza e cultura, dove si era giudicati non per la propria razza o lingua, ma per l’apporto che si dava alla ricchezza. Come sono cambiati gli equilibri oggi, con Londra capitale multietnica e Venezia ormai ai margini della vita economica!

Oggi viaggiamo con molta facilità da un luogo all’altro, con relativa poca spesa gli aerei ci portano nelle maggiori capitali europee e mondiali. Eppure, quanto possiamo dire di conoscere veramente i luoghi che visitiamo in vacanza? In che misura ne captiamo il carattere, gli umori? Quante volte ci fermiano a parlare con le persone del luogo al fine di comprenderne la natura? Viaggiare, oggi come ieri, è forse più una predisposizione dell’animo che  una attività.

Africa attiva

E’ questo il titolo di una interessante serie di iniziative promosse da una aggregazione di associazioni di Mirano. E’ stato attivato un canale di importazione diretta di prodotti artigianali e non solo da un villaggio del Senegal, Ndem. Il villaggio non è stato scelto a caso: l’attività produttiva che vi si trova è il risultato di un progetto che aveva come obiettivo il creare nella comunità dei laboratori che non c’erano, allo scopo di interrompere l’esodo degli uomini dal villaggio alla capitale, alla ricerca di lavoro. Le nuove attività create con ingegno, applicazione, formazione delle persone hanno fatto sì che non solo l’emigrazione si interrompesse, ma che molti facessero ritorno al villaggio, incoraggiati dalla possibilità di avere un lavoro e un reddito anche vicino ai propri affetti. L’esperienza è stata allargata a nuovi villaggi, e questo progetto di creazione di opportunità lavorative in piccole realtà coinvolge ad oggi circa 4000 persone.

Tutto ciò ci è stato spiegato da Assane Mbuop, un testimone diretto del progetto, nel corso di una confortante serata a villa Morosini, l’ex biblioteca di Mirano. Conforta il sapere che, spesso a nostra insaputa, anche in Africa sono possibili esperienze di questo tipo, è possibile uscire dalla logica degli aiuti che, con ben poca generosità, arrivano in quelle regioni e intraprendere la via di una maggiore indipendenza economica. Il commercio che si instaurerà con i villaggi, sottolineava Assane, non è una forma di assistenza. Non saremo portati a comprare per “aiutare”, ma perchè quei prodotti ci servono, quei cibi ci piacciono. E’ questo il tipo di rapporto che dà dignità al produttore. Non entriamo al supermercato per aiutare quella catena commerciale, ma perchè ne abbiamo bisogno, e così deve essere anche quando acquistiamo un prodotto che proviene da un paese con un diverso grado di sviluppo.

Prima di entrare nella descrizione dei progetti, sono state fornite alcune informazioni sul Senegal: è un paese in cui il 95% della popolazione è di fede musulmana. Nonostante questo, il primo presidente del paese dalla data dell’indipendenza fu un cristiano. C’è libertà di religione e nessun conflitto interetnico o interreligioso è stato registrato. Saperlo aiuta a combattere i luoghi comuni con i quali vengono descrivono i paesi musulmani. Come spesso accade, capire meglio certe cose non è poi complicato, basta uscire di casa.

Se avete voglia di uscire, ecco il link che vi dà tutte le informazioni necessarie:

http://www.comune.mirano.ve.it/infocitta/MostraNotizia.php?tab=news&pag=1&ID=1896

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